La terza guerra del golfo ha avuto inizio In linea con clima bellico di questi anni una nuova situazione di guerra si apre. Nel nostro precedente articolo del 5 Gennaio 2026 si metteva in evidenza come nello scacchiere internazionale la posizione dell'Iran fosse da considerarsi molto difficile, perchè  variabile indesiderata rispetto alla nuova strategia internazionale degli Stati Uniti d'America e, nel contempo di Cina e Russia. Si è puntualmente verificata l'apertura di un nuovo fronte di guerra promosso dagli Stati Uniti con Israele nei confronti della principale repubblica islamica. E' risultata impraticabile la richiesta U.S.A. nei confronti dell'Iran di un totale  abbandono nella  costruzione di arsenali missilistici e, nell'insieme, della rinuncia ad un percorso che avrebbe dovuto portare al perfezionamento della strategia di difesa nucleare. Al tempo stesso gli U.S.A. mai hanno negato il sostegno a quella parte della popolazione iraniana, favorevole alla democratizzazione del paese, le cui avvisaglie interne sono presenti da tempo. Si stanno -ora- tentando di ripetere i caratteri della recente operazione statunitense in terra venezuelana. Occorre, tuttavia non sottovalutare la posizione che potrebbero assumere altri importanti paesi mediorientali, e -prima di tutto- l'Arabia Saudita, poi l'area che comprende gli Emirati Arabi Uniti,  con l'Oman, il Qatar, lo Yemen, il Kuwait. Una autentica polveriera. La situazione presenta poi risvolti economici assolutamente importanti. L'Iran disciplina l'accesso dello stretto di Hormuz da dove transita circa il venti per cento della ricchezza energetica mondiale ed il quaranta per cento della produzione petrolifera della Cina. Non è un caso che siano proprio gli Stati Uniti ad impegnarsi nel tentativo di dominio nel mercato delle fonti fossili. Ricordiamo inoltre che sugli sviluppi dell'intera questione mediorientale di oggi pesano le diverse e quasi silenti posizioni di Russia e Cina. Potremmo assistere per l'Iran al passaggio da un regime rigidamente teocratico assolutamente duro a morire alla presenza di un esecutivo di tipo militare. Gli Stati Uniti, noti esportatori di democrazia, sono spesso oggetto di contraddizione. Non è ancora del tutto chiaro che la volontà di Donald Trump sia apertamente  condivisa. Segnali arrivano in questo senso dall'interno del paese, complice l'avvicinarsi della scadenza elettorale ormai prossima. I tempi dell'assalto a Capitol Hill appartengono ormai  al passato sia pure dolorosamente recente. Non serve riedizione di alcun tipo.   ANDREA G. STORTI