Il passaggio delle elezioni del nuovo Capo dello Stato consegna alcune inequivocabili realtà, in parte inattese. Il capolavoro al contrario della candidatura del Sen. Franco Marini, l’inutile ritorno dall’Africa di Romano Prodi, le dimissioni ad orologeria di Rosy Bindi da Presidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, la rinuncia all’incarico di Segretario dello stesso partito prospettata da Pierluigi Bersani, la rielezione di Giorgio Napolitano.
Due considerazioni su tutte: la prima, il Capo dello Stato in Italia dovrà essere eletto, in futuro, direttamente dai cittadini. La seconda: non è nemmeno lontanamente pensabile che un partito, qualunque esso sia, possa utilizzare il palcoscenico dell’ elezione istituzionale della più alta carica dello Stato per regolare i propri conti congressuali.
Crediamo stia per arrivare la definitiva resa dei conti: da un lato la politica autoreferenziale di questi partiti che non riuscendo nemmeno ad eleggere un Capo dello Stato, ?ricorre disperatamente all’ultima chiamata per l’ultimo dei Presidenti, Giorgio Napolitano, affidandogli, nei fatti, poteri da Repubblica Presidenziale, non previsti dalla nostra Costituzione. Dall’altro, i pazienti cittadini che assistono, trasecolati, a queste alchimie da secolo scorso.
Giorgio Napolitano porta, inoltre, in dote la volontà di costituire un governo delle larghe intese, come chiesto dal “Popolo della Libertà” all’indomani delle elezioni del Febbraio scorso. Questo segnerà, probabilmente, è la fine del Partito Democratico, già, allo stato, non esattamente granitico. Si definirà, ritengo, una frattura tra i sostenitori di una collaborazione di governo con il centro destra e coloro che, invece, guardano a sinistra; questo significherà, pertanto, la cancellazione di qualsiasi ipotesi di lavoro attorno alla congiunzione delle forze riformiste cattolica, laica e socialista e la possibile riproposizione di una distinzione di origine ideologica, superata dalla storia.
Non vedo molte ragioni che inducano a ritenere positiva la formazione di un governo di larghe intese che, si presume, dovrebbe lavorare intorno alle priorità definite dai dieci saggi. É sufficiente auspicare che esso metta mano almeno alla riforma elettorale, così da consentire un rapido ritorno ad un efficace voto. Un orizzonte più largo non si intravvede e risulta con la politica di oggi quanto mai azzardato.
ANDREA G. STORTI
