Si raccontano sul suolo italico storie che potremmo definire di ordinaria follia. Il campo interessato è, con evidente, negativo disappunto quello economico sociale e non saremmo sorpresi se nel prossimo futuro dalla civile constatazione e contestazione si passasse a forme di rivolta popolare. Non si aprirà una guerra civile; stiamo divenendo troppo poveri per sostenerla.

La Francia, per rimanere all’Europa ha acquisito una posizione di preminenza in alcuni mercati, ad esempio l’agroalimentare, nonostante ?alcuni dei suoi indicatori macroeconomici si segnalino negativamente. Il settore della creazione del lusso desta l’interesse d’oltralpe e segnali di possibili acquisizioni oltre quelle già definite sono ormai alle porte. Il cosi detto “Made in Italy” sta mettendo le ruote ed il nostro manifatturiero, comunque secondo soltanto alla Germania in campo europeo arretra costantemente.

Si cerca di contrastare la delocalizzazione: i casi Indesit di Fabriano (Ancona) per l’industriale, IBM Italia Segrate (Milano) per il tecnologico, MCS (Ex Marlboro, ed, in parte, Marzotto) di Valdagno (Vicenza) per il tessile, la Berco di Rovigo per il metalmeccanico sono esempi di crisi acute contro le quali “il Decreto del fare” diventa operato risibile.

Per contro, il caso Mediaset che vedeva imputato per frode fiscale l’On. Silvio Berlusconi si chiude con la definitiva sentenza di condanna da parte della Corte di Cassazione, dopo un percorso durato dodici anni cui anche le scelte dell’imputato hanno contribuito attraverso lodi, impedimenti, leggi ad personam e competenze di sede processuale.

La situazione venutasi a creare apre, evidentemente, un problema politico.

Irricevibile una richiesta di grazia, considerata correttamente un caso di analfabetismo giuridico, e temerario il ricorso alla piazza, dagli incerti esiti per i sostenitori del Popolo della Libertà, crediamo opportuno, come avverrebbe in qualsiasi matura democrazia dell’Occidente europeo, dare piena esecuzione al dispositivo di sentenza con la decadenza immediata dall’incarico di Senatore, avallata dal Parlamento per la camera di appartenenza (Legge Anticorruzione del 2012 – Governo Monti) e non candidabilità a premier per i prossimi sei anni.

In una Nazione normale, poi, un Partito il Democratico presente al Governo in coabitazione con una forza politica il cui primo rappresentante è un pregiudicato per reati contro lo Stato ne trarrebbe le inevitabili conseguenze.

O, forse, è sperare troppo?

ANDREA G. STORTI