In ritardo di una decina d’anni
Con una certa sorpresa Elly Schlein è il nuovo segretario del Partito Democratico. A questo dato di fatto si accompagnano altre note, alcune positive. Anche in questo caso una donna assume la guida di una importante compagine politica. L’afflusso alle “primarie” del P.D. è stato significativo, pur in presenza di “infiltrazioni” di altro orientamento politico che induce a riflettere sull'uso continuo di questo strumento certamente indicativo di un notevole grado di apertura ma altrettanto non indispensabile. Per la prima volta, dunque, il voto degli iscritti viene sovvertito nell'esito da una consultazione maggiormente ampia, ma questo rappresenta un passaggio coerente con il continuo distacco dei cittadini dalla politica e, soprattutto, dai partiti. Pensare ad altro in questo senso risulterebbe assolutamente ingannevole. Al tempo stesso tramonta definitivamente il progetto originario del PARTITO DEMOCRATICO cioè quello di creare un positivo amalgama tra provenienze e culture diverse, - la sinistra, il cattolicesimo e la caratura riformista - operazione ambiziosa ma fallita - togliendo al riguardo ogni futura illusione. I ritardi accumulati pesano terribilmente sul risultato finale e portano alla necessità di ridisegnare quasi completamente il campo politico. Nuovi scenari si aprono. Potrà una terza forza, - autenticamente soltanto riformista - fare breccia rispetto a due poli di centrodestra e di centrosinistra ormai formati ,pur non avendo un carattere granitico, tutt'altro. Se pensiamo, infatti alla loro essenza le distanze tra la Lega e “Fratelli d’Italia” da una parte, e Partito Democratico e “Movimento Cinque Stelle” dall'altra sono ancora oggettivamente sensibili. L’attenta osservazione della recente storia politica italiana ci consegna, del resto, un fragoroso elenco di fallimenti: la dissoluzione del tentativo di espansione nazionale da parte della Lega di Salvini, il superamento del M5S originario di Beppe Grillo per citare gli esempi di maggiore rilevanza. Se ad un ritardo almeno decennale si accompagna una lettura a dir poco errata delle trasformazioni sociali e della velocità delle stesse, così come oggi è straordinariamente rapida la mobilità elettorale, si comprende l’ineluttabilità di un nuovo punto di partenza. Bisognerà rispondere presente! ANDREA G. STORTI
Se vota il 40%
La recente tornata elettorale nelle regioni di Lombardia e Lazio chiamava all'appello circa 25 milioni di concittadini; che abbia esercitato il voto circa il quaranta per cento degli aventi diritto è un dato assai significativo ed allarmante e non si capisce come una delle principali condizioni del non voto possa essere individuata nell'esito definito del tutto scontato, perché non può essere così. La distanza della politica dai cittadini si acuisce ulteriormente e questo principale passaggio è da ritenersi assolutamente negativo. Alla base di tutto crediamo sussista una carenza di proposta politica complessiva che non esclude nessuno, nemmeno la componente di destra oggi prevalente. In quel campo siamo ancora lontani dalla costruzione di una moderna realtà conservatrice che pure in ambito europeo possiamo invece considerare presente. Si pensi, per esempio all'area dei Paesi del Nord Europa. L’affermarsi di un centro riformista non può intravvedersi in una consultazione di carattere regionale in quanto il consenso riferito a quest’area è, generalmente, costituito da un elettorato d’opinione piuttosto mobile, attratto dalle grandi questioni politiche e/o istituzionali. Sul versante sinistro dello scacchiere politico nazionale, il Partito Democratico, orfano della gestione del potere che ne ha caratterizzato lo scorcio più recente della propria esistenza dovrà dimostrare di saper andare oltre ciò o sarà altrimenti destinato alla scomparsa. La sinistra propriamente detta rischia di tornare ad essere considerata, in quanto in politica gli spazi vuoti non esistono. Una sommaria ed insufficiente lettura come quella prospettata non può certamente concludersi nello spazio di poche righe e necessiterà di ulteriori approfondimenti. Tuttavia, pare il caso di segnalare come una situazione così bloccata non lasci presagire nulla di buono in un contesto generale reso particolarmente pesante dagli eventi bellici in corso sulla scena politica estera Internazionale dove l’Italia, nonostante i ripetuti tentativi di rassicurazione governativa, torna a recitare un ruolo decisamente marginale ed ininfluente. ANDREA G. STORTI
Ritorno al 2008
Dopo un chiaro esito elettorale Giorgia Meloni diviene la prima donna a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri in Italia. Un plauso ed un augurio per il lavoro che la attende.
Sembrano passati anni luce da quando nel Maggio 2008 Giorgia Meloni si accodava al M5S nell’ipotesi, poi sfumata, di richiesta di impeachment del Presidente della Repubblica Mattarella.
Il compito che ha di fronte è immane ed i primi passi non possono definirsi positivi. Il tipo di approccio appare corretto, prudente ed equilibrato: tuttavia, vorremmo sottolineare alcuni passaggi decisamente fuori luogo.
Non si tratta certo di un esecutivo di alto profilo com’era stato paventato all’indomani del ricevimento dell’incarico. Sicuramente dopo il passaggio in Parlamento ed al Governo del Paese degli esponenti del Movimento Cinque Stelle si capisce che possa andare bene tutto. Non è così. É peraltro bene ricordare che ben 11 figure ministeriali presentate facevano parte a vario titolo del Governo Berlusconi del 2008.
Ulteriori inciampi sono dati dalla gestione dei flussi migratori la cui politica non ha bisogno di prove muscolari ma della ricerca di una via condivisa da presentare ai Paesi UE, chiarendo che l’Italia non può certo farsi carico da sola del problema. L’attuale frizione con la Francia, dopo un iniziale avvio di positive relazioni non è foriera di positivi futuri sviluppi.
Ancora, l’operazione di restyling nominativo che ha coinvolto alcuni Ministeri lascia il tempo che trova essendo la stessa assai discutibile ed inefficace.
In campo economico converrà attenersi al percorso disegnato del precedente capo del governo senza tentare voli pindarici così come espresso nel corso della campagna elettorale attraverso promesse di ben difficile attuazione. Pensiamo, per esempio, alla flat tax, alla ridefinizione del sistema pensionistico, ad importanti modifiche al P.n.r.r., interventi strutturali sul caro energia, la riscrittura – o nel caso peggiore – la cancellazione del c.d. superbonus, la ripresa dell’estrazione del gas, l’eventuale, assoluta rinuncia alla costruzione di termovalorizzatori.
Temi rispetto ai quali anche la sinistra appare incerta, timorosa e per nulla coraggiosa o capace di disegnare una strategia complessiva di intervento.
Pertanto, la classe politica nazionale rischia ulteriormente l’impresentabilità.
ANDREA G. STORTI
Mistificazioni ed altro
Nel commentare l’esito delle elezioni politiche nazionali del 25 settembre scorso occorre prima di tutto sgombrare il campo da mistificazioni a vario titolo. La prima di queste si riferisce all'ipotesi di annoverare tra i quasi vincitori di questo confronto politico il “Movimento Cinque Stelle” in quanto capace di contenere una debacle ampiamente annunciata. Niente di più pretestuoso: perdere in meno di cinque anni (2018 – 2022) più di sei milioni di voti è prima di tutto una sconfitta colossale, cui fa seguito il negativo risultato del Partito Democratico collocatosi al di sotto del venti per cento definita precedentemente la soglia minima cui giungere. Non può essere felice Matteo Salvini passato dal 17,2 delle precedenti politiche all'attuale 8,7 (pol. 2022) con una notevole frizione tra area di governo (i presidenti di Regione, Veneto e Friuli Venezia Giulia in testa ed i ministri e componenti il governo uscente di Draghi) e la base del partito, nostalgica della rappresentanza del Nord Italia non ancora compiuta. Ancora, il M5S tende a caratterizzarsi come partito del Sud, pressoché inesistente nelle aree produttive del Paese che potrebbero invece trovare espressione nell'operazione politica di centro avviata con parziale successo da Carlo Calenda e Matteo Renzi e lontana dal completamento. L’indiscussa affermazione di Giorgia Meloni sorprende per portata ed omogeneità di consenso. Si è inteso premiare una innegabile coerenza di posizione, - unica voce contraria al governo Draghi - ed un percorso lineare nell'ambito della Destra che tuttavia non può allo stato attuale definirsi europea in quanto non vi è certezza di un reale interesse verso la scelta atlantista. Il passaggio da un modesto 4.3 delle politiche 2018 al 25,9 di oggi segna per “Fratelli d’Italia” una svolta, senza enfasi, storica, contraddistinta nell'area del Nord Italia dall'esodo dalla Lega. Ci sarà modo di verificare se il nuovo esecutivo di destra saprà rispondere alle attese di coloro i quali oggi si stanno affidando a Giorgia Meloni così come in momenti anche recenti hanno investito politicamente prima nel Partito Democratico e, successivamente nei “Cinque Stelle”. Aggiungiamo che un elettore su tre è rimasto a casa, confermando che la distanza tra i cittadini e la politica appare lontanissima. In questo senso il segnale che si rafforza può considerarsi estremamente pericoloso. ANDREA G. STORTI
Da movimento ad armata Brancaleone
Fuochi pirotecnici sul governo Draghi. Nonostante l’atteggiamento di chi sta al di sopra delle parti tenuto sino ad oggi Mario Draghi è costretto a compiere un gesto politico. Egli ha già perentoriamente affermato che non esiste maggioranza politica diversa dall'attuale e che considera il M5S parte organica irrinunciabile dell’ampia coalizione che lo sostiene. Il M5S non ha votato il DL “aiuti” negando - pertanto - la fiducia all’attuale governo. Fine della trasmissione. Coloro i quali nel 2018 hanno raggiunto una percentuale di consensi pari al 32,7 (POLITICHE) e che per quattro anni hanno imperversato in Parlamento, si ritrovano oggi con un risultato più che dimezzato a livello di stima, frutto di continui smottamenti interni. Tutto questo sancisce una incontrovertibile condizione: il passaggio da movimento politico ad armata brancaleone con una guida rivelatasi palesemente inadeguata. Questi “signori”, una volta che hanno presentato un documento politicamente nell'insieme corretto condensato in nove punti, hanno sbagliato tutto ciò che era possibile sbagliare.- La priorità dei contenuti, poiché che si realizzi o meno un termovalorizzatore a Roma, pur trattandosi di una capitale europea, non può essere considerata una questione rilevantissima per l’intera Nazione.
- I tempi, in quanto appare chiaro che uno strappo al governo da parte dei Cinquestelle era pronto da tempo.
- Un inesistente senso delle istituzioni, sempre dimostrato, ed ancor più in questa occasione discretamente emergenziale per il Paese.
- Una collocazione lunare, rispetto alla realtà socio-economica italiana che certamente il Presidente del Consiglio uscente conosce pur non essendo un politico.
- Una tendenza allo sfascio di parte significativa del M5S, con un accento di masochismo.
- Una sottovalutazione dell’importanza di una presenza sul territorio. E potremmo proseguire.
