di Andrea G. Storti | Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Fuochi pirotecnici sul governo Draghi. Nonostante l’atteggiamento di chi sta al di sopra delle parti tenuto sino ad oggi Mario Draghi è costretto a compiere un gesto politico. Egli ha già perentoriamente affermato che non esiste maggioranza politica diversa dall'attuale e che considera il M5S parte organica irrinunciabile dell’ampia coalizione che lo sostiene.
Il M5S non ha votato il DL “aiuti” negando - pertanto - la fiducia all’attuale governo. Fine della trasmissione.
Coloro i quali nel 2018 hanno raggiunto una percentuale di consensi pari al 32,7 (POLITICHE) e che per quattro anni hanno imperversato in Parlamento, si ritrovano oggi con un risultato più che dimezzato a livello di stima, frutto di continui smottamenti interni. Tutto questo sancisce una incontrovertibile condizione: il passaggio da movimento politico ad armata brancaleone con una guida rivelatasi palesemente inadeguata. Questi “signori”, una volta che hanno presentato un documento politicamente nell'insieme corretto condensato in nove punti, hanno sbagliato tutto ciò che era possibile sbagliare.
- La priorità dei contenuti, poiché che si realizzi o meno un termovalorizzatore a Roma, pur trattandosi di una capitale europea, non può essere considerata una questione rilevantissima per l’intera Nazione.
- I tempi, in quanto appare chiaro che uno strappo al governo da parte dei Cinquestelle era pronto da tempo.
- Un inesistente senso delle istituzioni, sempre dimostrato, ed ancor più in questa occasione discretamente emergenziale per il Paese.
- Una collocazione lunare, rispetto alla realtà socio-economica italiana che certamente il Presidente del Consiglio uscente conosce pur non essendo un politico.
- Una tendenza allo sfascio di parte significativa del M5S, con un accento di masochismo.
- Una sottovalutazione dell’importanza di una presenza sul territorio. E potremmo proseguire.
Quattro anni hanno stabilito che non si sta in Parlamento per sfuggire alla condizione di disoccupato. In tutto questo non si è certi di aver toccato il fondo del barile. Il livello già inesistente della qualità della politica italiana ha tuttavia raggiunto un ambito siderale e, pertanto, anche i possibili futuri scenari aprono un ventaglio notevole di possibilità.
Anche in questo caso, pur a poca distanza dal nostro precedente intervento, Meloni ringrazia.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Italia
Si chiude - di fatto - la pagina politica del Movimento Cinque Stelle.
Nel peggiore dei modi. Evidentemente Matteo Renzi ha fatto scuola. Si consuma rapidamente all’interno del Parlamento - nel palazzo -? una fuoruscita dal Movimento Cinque Stelle che ne decreta la fine, salvo più che improbabili colpi di scena. Nasce l’ennesimo nuovo progetto politico in vista della scadenza elettorale del 2023, a condizione che si sia in grado di percorrerlo, evenienza assai dubbia.
Da un lato Giuseppe Conte massimo rappresentante 5 Stelle, non certamente un leader politico, che tuttavia ha assunto riguardo al tema del folle conflitto russo-ucraino una posizione difficile, legittima ed in una certa misura condivisibile di sbarrare la strada ad una corsa agli armamenti priva di significativa riflessione senza che ciò possa porre in discussione gli equilibri internazionali dell’Italia, in particolare verso l’alleanza atlantica e l’Europa.
Luigi Di Maio si è invece sentito messo in discussione come Ministro degli Esteri e rappresentante del governo italiano che sostiene apertamente la necessità di fornire di armi l’Ucraina. Sullo sfondo appare, peraltro, una sua posizione non facile sul numero dei mandati parlamentari cui debbano giovarsi gli esponenti del “Movimento Cinque Stelle”.
Naufraga il percorso immaginato da Gianroberto Casaleggio con Beppe Grillo che avrebbe potuto rappresentare l’elemento di assoluta novità nel panorama politico italiano allora come ora avvolto in una nebbia inconcludente. Resiste il concetto di democrazia diretta tuttavia messo a dura prova, come abbiamo visto al termine della consultazione referendaria del 12 giugno scorso, da una costruzione che non può considerarsi soltanto abrogativa. É cancellato in politica come nella vita l’assioma “dell’uno vale uno”, sconfortante illusione dei primi anni novanta del Novecento.
Ci troviamo ad assistere ad una corsa politica verso il centro piuttosto sovraffollata dove il valore alto della stessa è dimenticato. Non così invece la volontà di protagonismo individuale.
Giorgia Meloni, nonostante tutto ciò che accade all'interno della sua area, sentitamente ringrazia.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Riprendendo una definizione della scrittrice Oriana Fallaci ricordiamo come la guerra rappresenti la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre. Tuttavia, siamo qui a commentare un evento bellico nel pieno dell’Europa: lo stesso ha radici lontane pur se va ricordato che la Russia, principale artefice di questa follia, è un regime autocratico pur attraversando oggi gli anni venti del duemila. L’Ucraina è, invece, una democrazia piuttosto acerba retta da un governo espressione della maggioranza della volontà popolare e - quindi - correttamente insediato.
Vladimir Putin ha sostenuto che, di fatto, l’Ucraina non è esistita se non per volontà della stessa Russia. ma, tale interpretazione non ha alcun riscontro storico.
Non solo, ma guardando agli ultimi anni dell’Unione Sovietica sono sulla scena alcuni protagonisti che si riveleranno decisivi nel tentativo di passaggio da un sistema che poggiava sul partito unico (l’U.R.S.S.) ad altro presidenzialista. In questo contesto le nazioni principalmente coinvolte erano la Russia con Boris Eltsin, Egor Gaidar e Gennadij Burbulis, l’Ucraina che il 1° dicembre 1991 tiene il referendum sull'indipendenza ed elegge Leonid Kravcuk primo Presidente, la Bielorussia con Stanislav Suskevic e, sullo sfondo, la figura di Michail Gorbacev, unico a credere ancora ad un ruolo futuro per l’U.R.S.S.
Con il successivo accordo di Belaveza i rappresentanti di Russia, Bielorussia, Ucraina, Kazakistan sanciscono la fine dell’Unione Sovietica anche dal punto di vista giuridico. Ricordiamo che si stava lavorando attorno ad un progetto di nuovo trattato tra le repubbliche dell’Unione che portava alla nascita della Comunità degli Stati Indipendenti (C.S.I.). Esso fu seguito nell’Agosto 1991 dal tentativo di destituzione di Gorbacev e sancì il definitivo emergere politico di Boris Eltsin, il quale negli anni indicò Vladimir Putin suo successore, dapprima in coabitazione con Dimitri Medvedev.
Appare evidente il tentativo attuale di presentare l’Ucraina come una entità territoriale del tutto marginale per la quale è sufficiente che una sola potente nazione (la Russia) decreti unilateralmente il riconoscimento di alcune regioni appartenenti all’area geografica del DONBASS (Donetsk e Lugansk) per esercitare di fatto un dominio assoluto lungamente cercato in precedenza. L’incalzante tentativo ucraino di collocarsi sotto l’ombrello NATO ha notevolmente acuito il contrasto tra quest’ultima e la Russia, ma la paventata pericolosa vicinanza territoriale tra la Nato e la Russia tramite l’Ucraina non rappresenta ad oggi una rilevante minaccia.
In tutto questo si evoca la pace. Ma cosa è mai questa se si tratta sotto le bombe e L’Unione Europea ed i singoli Paesi, la Nato, le democrazie del pianeta continuano a produrre e commerciare armi?
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Evidenza, Italia
Scorrono immagini e recensioni dell’undicesimo appuntamento politico della “LEOPOLDA” di Firenze. Questo ci ha consegnato, essenzialmente, un leader al capolinea della sua parabola. Al netto di alcune proposte politiche, il suo approccio generale arrogante, saccente e poco incline allo spazio per altri, assicura alla sua compagine un consenso stimato attorno al due per cento circa. Ma occorre saper andare oltre.
Ci si chiede ancora oggi quale sia la sua linea politica a parte il conclamato incrocio di interessi con quello che rimane di “Forza Italia”. Sospettiamo, tuttavia, che oltre a questo non ci sia nulla. La creazione e composizione del partito può dirsi fallita e quindi l’attività prevalente è consistita, da tempo immemore, nella sola capacità di far pesare gli eletti, ancorché provenienti originariamente da altri partiti.
Sarà quindi liquidato un partito definito “vecchio di zecca” non prima di agghindare quarantatré grandi elettori per la corsa all'elezione del nuovo, questo sì, Presidente della Repubblica. Segnatamente nel frattempo alcuni deputati di IV hanno stretto ulteriormente il rapporto con alcuni imprenditori e rappresentanti di spessore della cosi detta società civile. Quando visioni, affari e progetti si dispiegano IV non manca. Siamo di fronte ad una perenne oscillazione tra il tutto ed il niente, dove chi, a vario titolo, fa parte dell’entourage renziano si gioca la riconferma nell’agone parlamentare, come nelle stagioni calcistiche, non importa se a destra, sinistra o al centro.
L’assemblea legislativa nazionale avrà peraltro il compito di eleggere il prossimo inquilino del Quirinale, successore di Sergio Mattarella che,senza clamori, ha condotto un settennato largamente positivo. Anche per questo la ricerca di una nuova figura allo scopo non si presenta agevole. Tralasciando la figura di Silvio Berlusconi per candidare il quale occorre l’assenza di memoria ed una incredibile faccia di bronzo, si concentra l’attenzione su Mario Draghi il quale dovrebbe abbandonare l’attuale ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri senza che sia introdotta, di fatto e surrettiziamente una nuova forma di presidenzialismo, come è noto non prevista dalla vigente Costituzione. Vista così la matassa appare difficile da sbrogliare e, certamente, non in tempi brevi. La mediazione si annuncia particolarmente ostica, l’attesa notevole.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Evidenza, Italia, Programma
Si è conclusa la tornata di elezioni amministrative 2021.
Una prima seria preoccupazione è dettata dall'affluenza ai seggi rivelatasi misera poiché se nemmeno le grandi città portano le persone al voto significa che vi è un problema di fondo, costituito dalla impresentabilità dell’attuale classe politica con il suo fardello di nefandezze. In questo senso il primato va alla coalizione di centro destra i cui candidati a primo cittadino si sono rivelati, in genere, penosi, tanto da sancire una netta sconfitta soltanto molto parzialmente mitigata dall'esito elettorale di Trieste e Benevento.
Nemmeno i nuovi sindaci dell’area di centro sinistra possono definirsi eccellenti. Prima illusione.
Il solo Carlo Calenda, terzo classificato a Roma, ha presentato una idea nell'insieme innovativa di ricerca del consenso filtrata attraverso una programmazione seria nelle mani di persone capaci e corrette con sullo sfondo una carica di idealità oggi ormai smarrita in altri contesti politici. Basterà questo a far ritenere plausibile una formazione riformista che vada ad occupare il centro dello scacchiere della politica nazionale. Probabile seconda illusione.
Il PARTITO DEMOCRATICO sarà capace di guidare quanti ancora sostengono un insieme di ormai raggruppamenti che, comunque, fanno riferimento ad una sinistra moderata ed in questo come si porrà rispetto a quanto rimane dell’ormai finito “Movimento Cinque Stelle”? Qui si rischia la doppia illusione.
Le pulsazioni della società italiana nel suo insieme attuale peraltro non inducono a ritenere quest’ultima migliore della classe politica che ci rappresenta. Ogni passo positivo in questo senso avrebbe spazio infinito, a condizione che lo si sappia perseguire ed è evidenziato non soltanto in campo strettamente economico. Indipendentemente, cioè dal destino del Piano di Ripresa e Resilienza, ci auguriamo abbia fine questo clima di strisciante rifiuto totale che permea la comunità nazionale e che, forse quasi inevitabilmente, riporta a sovranismi e nazionalismi esasperati. É per battere questa condizione che la forza delle illusioni va contrastata fino in fondo. Diversamente, le parole di una destra reazionaria, non conservatrice in senso moderno, saranno destinate a prevalere ancora.
Intanto, ecco la perfetta foto di una illusione maturata: il Senato della Repubblica affossa in via pressochè definitiva il DdL Zan sulla lotta all’omotransfobia. Enrico Letta e Matteo Renzi si sono particolarmente distinti.
ANDREA G. STORTI