Se vota il 40%
La recente tornata elettorale nelle regioni di Lombardia e Lazio chiamava all'appello circa 25 milioni di concittadini; che abbia esercitato il voto circa il quaranta per cento degli aventi diritto è un dato assai significativo ed allarmante e non si capisce come una delle principali condizioni del non voto possa essere individuata nell'esito definito del tutto scontato, perché non può essere così. La distanza della politica dai cittadini si acuisce ulteriormente e questo principale passaggio è da ritenersi assolutamente negativo. Alla base di tutto crediamo sussista una carenza di proposta politica complessiva che non esclude nessuno, nemmeno la componente di destra oggi prevalente. In quel campo siamo ancora lontani dalla costruzione di una moderna realtà conservatrice che pure in ambito europeo possiamo invece considerare presente. Si pensi, per esempio all'area dei Paesi del Nord Europa. L’affermarsi di un centro riformista non può intravvedersi in una consultazione di carattere regionale in quanto il consenso riferito a quest’area è, generalmente, costituito da un elettorato d’opinione piuttosto mobile, attratto dalle grandi questioni politiche e/o istituzionali. Sul versante sinistro dello scacchiere politico nazionale, il Partito Democratico, orfano della gestione del potere che ne ha caratterizzato lo scorcio più recente della propria esistenza dovrà dimostrare di saper andare oltre ciò o sarà altrimenti destinato alla scomparsa. La sinistra propriamente detta rischia di tornare ad essere considerata, in quanto in politica gli spazi vuoti non esistono. Una sommaria ed insufficiente lettura come quella prospettata non può certamente concludersi nello spazio di poche righe e necessiterà di ulteriori approfondimenti. Tuttavia, pare il caso di segnalare come una situazione così bloccata non lasci presagire nulla di buono in un contesto generale reso particolarmente pesante dagli eventi bellici in corso sulla scena politica estera Internazionale dove l’Italia, nonostante i ripetuti tentativi di rassicurazione governativa, torna a recitare un ruolo decisamente marginale ed ininfluente. ANDREA G. STORTILa secessione di fatto
Il riconoscimento di forme di autonomia differenziata ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione si è imposto al centro del dibattito istituzionale sul rapporto tra Stato e Regioni a seguito delle iniziative intraprese dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, che si sono registrate?nella parte conclusiva della XVII legislatura. In assenza di una normativa di attuazione della procedura delineata dalla Costituzione, le modalità con cui le tre regioni hanno attivato il percorso ex art.116, terzo comma, sono diverse. Le Regioni Lombardia e Veneto hanno svolto il 22 ottobre 2017, con esito positivo, due referendum consultivi sull'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. La Regione Emilia-Romagna si è invece attivata, su impulso del Presidente della Regione, con l’approvazione da parte dell’Assemblea regionale, il 3 ottobre 2017, di una risoluzione per l’avvio del procedimento finalizzato alla sottoscrizione dell’intesa con il Governo richiesta dall'articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Il?28 febbraio 2018, il Governo all'epoca in carica ha sottoscritto con le regioni interessate tre distinti accordi preliminari che hanno individuato i principi generali, la metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa. Gli Accordi preliminari del 28 febbraio 2018 prevedevano (art. 2 delle Disposizioni generali) che l’intesa abbia una durata decennale, potendo comunque essere modificata in qualunque momento di comune accordo tra lo Stato e la Regione, “qualora nel corso del decennio si verifichino situazioni di fatto o di diritto che ne giustifichino la revisione”. In tutti e tre gli Accordi preliminari le materie di prioritario interesse regionale oggetto del negoziato nella prima fase della trattativa sono le seguenti: Tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; Tutela della salute; Istruzione; Tutela del lavoro; Rapporti internazionali e con l’Unione europea. DA “ATTI PARLAMENTARI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI” in forma ufficiale Il governo di Giorgia Meloni dispiega la propria volontà politica ed irrompe a tutto tondo sulla scena? nazionale il dibattito sulla “autonomia costituzionale differenziata”. Ad esso si accompagna la volontà di proporre una riforma in senso presidenziale o semipresidenziale dell’ordinamento della Repubblica. Tema non nuovo dal momento che di presidenzialismo si discusse - Bicamerale Bozzi negli anni ottanta e D’Alema negli anni novanta del novecento - con risultati altrettanto negativi. Occorrerebbe, pertanto, molta prudenza prima di proporre una nuova edizione dell’assemblea. Ciò non significa una netta preclusione rispetto all'ipotesi, ma evidentemente si aprirebbero almeno due questioni di fondamentale importanza:- la necessità di stabilire i necessari contrappesi alla modifica costituzionale;
- la determinazione di una legge elettorale coerente con il nuovo impianto che si andrebbe formando.
Ritorno al 2008
Dopo un chiaro esito elettorale Giorgia Meloni diviene la prima donna a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri in Italia. Un plauso ed un augurio per il lavoro che la attende.
Sembrano passati anni luce da quando nel Maggio 2008 Giorgia Meloni si accodava al M5S nell’ipotesi, poi sfumata, di richiesta di impeachment del Presidente della Repubblica Mattarella.
Il compito che ha di fronte è immane ed i primi passi non possono definirsi positivi. Il tipo di approccio appare corretto, prudente ed equilibrato: tuttavia, vorremmo sottolineare alcuni passaggi decisamente fuori luogo.
Non si tratta certo di un esecutivo di alto profilo com’era stato paventato all’indomani del ricevimento dell’incarico. Sicuramente dopo il passaggio in Parlamento ed al Governo del Paese degli esponenti del Movimento Cinque Stelle si capisce che possa andare bene tutto. Non è così. É peraltro bene ricordare che ben 11 figure ministeriali presentate facevano parte a vario titolo del Governo Berlusconi del 2008.
Ulteriori inciampi sono dati dalla gestione dei flussi migratori la cui politica non ha bisogno di prove muscolari ma della ricerca di una via condivisa da presentare ai Paesi UE, chiarendo che l’Italia non può certo farsi carico da sola del problema. L’attuale frizione con la Francia, dopo un iniziale avvio di positive relazioni non è foriera di positivi futuri sviluppi.
Ancora, l’operazione di restyling nominativo che ha coinvolto alcuni Ministeri lascia il tempo che trova essendo la stessa assai discutibile ed inefficace.
In campo economico converrà attenersi al percorso disegnato del precedente capo del governo senza tentare voli pindarici così come espresso nel corso della campagna elettorale attraverso promesse di ben difficile attuazione. Pensiamo, per esempio, alla flat tax, alla ridefinizione del sistema pensionistico, ad importanti modifiche al P.n.r.r., interventi strutturali sul caro energia, la riscrittura – o nel caso peggiore – la cancellazione del c.d. superbonus, la ripresa dell’estrazione del gas, l’eventuale, assoluta rinuncia alla costruzione di termovalorizzatori.
Temi rispetto ai quali anche la sinistra appare incerta, timorosa e per nulla coraggiosa o capace di disegnare una strategia complessiva di intervento.
Pertanto, la classe politica nazionale rischia ulteriormente l’impresentabilità.
ANDREA G. STORTI
