Avanti, forse verso il nulla

Avanti, forse verso il nulla

La nuova legge elettorale “Rosatellum 2.0” è pubblicata in Gazzetta Ufficiale con il numero 165 del 2017. Verrebbe da dire un passaggio notevole, perché atteso da lungo tempo. Giunge al traguardo con una significativa maggioranza dei voti parlamentari, tuttavia appesantita da un numero anch'esso significativo di voti di fiducia in sé negativi poiché il continuo ricorso ad esso mina la democrazia. Occorre, del resto affermare che il ruolo esercitato dall'opposizione, in particolare il “Movimento Cinque Stelle”, si è caratterizzato per il continuo ricorso alla richiesta di voto segreto sui singoli articoli sino ad allora palesemente contrastato in ogni sede. Ciò ha impedito lo sviluppo di una qualitativa dialettica nel dibattito politico e si è perciò trattato dell’ennesima occasione perduta. Si attendeva poi l’esito dell’importante elezione dell’Assemblea Regionale Siciliana che ha visto primeggiare il raggruppamento politico di centro destra in maniera piuttosto netta. Il “Movimento Cinque Stelle”, giunto secondo, è uscito di fatto pesantemente sconfitto pur con un buon risultato, in quanto sino ad un anno fa circa veniva dato sicuro vincitore. Il Partito Democratico ha pagato lo sfascio della precedente giunta Crocetta, una alleanza sbagliata (con AP di Angelino Alfano); la sinistra ha voluto contarsi ed ha preso atto della sua irrilevanza. Nel contempo si segnala un significativo apporto del voto disgiunto a favore del candidato 5 Stelle proveniente essenzialmente dalla coalizione perdente del PD. Ora il tema cruciale diviene, anche alla luce dell’esito siciliano, il seguente: occorrerà costruire in tempi ragionevolmente rapidi delle coalizioni che sono imposte dal nuovo provvedimento elettorale dove il sistema di voto è segnatamente proporzionale ma con un numero importante di collegi uninominali (il trentasei per cento, se non andiamo errati). La parte destra dello schieramento politico viaggia in questa direzione ed almeno formalmente si presenterà unita alla scadenza della prossima primavera elettorale. Il centro sinistra dovrà perseguire obiettivo analogo se si vuole evitare una sicura sconfitta: pertanto il Partito Democratico dimostrando di essere realmente il perno dello schieramento dovrà saper costruire una alleanza credibile ed al tempo stesso? la sinistra eviterà di cadere in un macroscopico errore di valutazione qualora? rifiutasse di prendere parte alla coalizione. Finché il M5S continuerà a presentarsi da solo si autocondannerà all'insuccesso. Il rischio notevole è comunque quello di veleggiare verso il nulla. La cifra quaranta potrebbe rappresentare un orizzonte irraggiungibile. ANDREA G. STORTI
Due mondi diversi

Due mondi diversi

Segnali inequivocabili arrivano dall'esito del voto politico in Germania. Dal secondo dopoguerra ad oggi una forza politica di estrema destra razzista e xenofoba è rappresentata in parlamento, forte del 12,6 per cento dei consensi e 94 seggi. Dopo un mandato torna ad essere rappresentato il Partito Liberale con il 10,7 per cento e 80 seggi. I due fulmini su Berlino sono questi. Poi, ancora il Partito della Cancelliera uscente Angela Merkel (Cdu/Csu) conserva la maggioranza relativa con il 32,9 per cento, ma perde l’8,6 per cento rispetto alle precedenti politiche e passa da 309 a 246 seggi. I socialisti confermano il recente, negativo trend europeo e si attestano al 20,5 (cinque virgola due per cento in meno rispetto alle precedenti politiche). I loro seggi al Bundestag passano da 193 a 153. I verdi rimangono sostanzialmente stabili (+0,5% e +3 seggi nel confronto tra le ultime due tornate politiche). Si prevede, dunque, la formazione di un governo “JAMAICA” che riprende cioè i colori di quella bandiera a fare da connotazione alla nuova coalizione nera – giallo ocra e verde. Ma, al di là della colorazione si prevedono tempi incerti per l’Europa, più di quanto non sia adesso, per effetto della presenza scontata nel nuovo governo tedesco del Partito Liberale che ha già fatto conoscere di considerare opportuna una istituzione continentale a due velocità con nuova attenzione al rigore di bilancio ed una attenuazione della misura politico-finanziaria del “Quantitative easing” ispirata dall'attuale Presidente della BCE Mario Draghi, misura della quale l’Italia non da sola ha sinora beneficiato. Con l’esito delle elezioni tedesche è quasi completo il puzzle delle principali nazioni europee chiamate al voto entro il 2018. Manca l’Italia, indipendentemente dal fatto che sia rispettata la scadenza naturale della legislatura. Tuttavia qualora si tenti di accostare Germania ed Italia si ha la percezione che non potrebbe evidentemente trattarsi di due mondi più diversi. Sul suolo italico siamo ancora a chiederci se giungerà all'approdo finale la riforma elettorale, tema usurato dai decenni che, dopo aver visto recentemente cadere sul tema un “accordo di legislatura” per la inesistente propensione istituzionale e democratica del M5S si ripresenta con qualche sensata modifica in senso maggioritario ed un cambio di attore non esattamente protagonista come Alleanza Popolare di Angelino Alfano, noto semplicemente come uomo di potere, volendo essere cortesi. Reggerà il “Rosatellum 2.0”? Con questi figuranti parlamentari si teme che non possa esistere di meglio. ANDREA G. STORTI
I titoli di coda dell’ultimo spettacolo

I titoli di coda dell’ultimo spettacolo

É stata scritta la nuova, ennesima pagina nera della democrazia italiana. Alla Camera dei Deputati un significativo gruppo di “franchi tiratori” ha affossato, al riparo di un voto segreto tecnicamente mal riuscito, il percorso parlamentare della nuova legge elettorale frutto di un recente accordo condiviso tra le attuali e future, temiamo, principali forze politiche nazionali?(Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Forza Italia, Lega Nord). Una intesa sul “modello tedesco rivisitato” era stata raggiunta e sembrava tenere forte soprattutto dei numeri: più dell’ottanta per cento della rappresentanza?parlamentare prossima. I sondaggi più accreditati infatti assegnano al PD il 30%, al M5S poco meno, a FI una percentuale intorno al 13%, alla Lega Nord un valore sopra il dieci per cento. Ciononostante è bastato un emendamento targato Alto Adige nella sua anacronistica autonomia che si voleva per l’occasione piegare alle esigenze dello Stato per, come si dice, rovesciare il tavolo. Non è, tuttavia, questo il punto: è cioè evidente che il caso del testo presentato da “Forza Italia” è irrilevante rispetto all'importanza di un nuovo impianto elettorale con il quale andare alle urne. Il problema sta nel fatto che l’adozione di uno strumento di legge proporzionale simile a quello vigente in Germania è oggi lo specchio fedele delle caratteristiche delle forze politiche italiane ed assieme il massimo del prodotto possibile. Sistema partitico da tempo finito e coloritura movimentista poco più che dilettantesca. Con simili presupposti il ritorno in Commissione Affari Costituzionali del provvedimento appena inciampato in aula sembra non avere una prospettiva. Ma questa politica non è capace di altro. Potremmo quindi assistere ad una situazione di stallo?improduttivo, ad un lento trascinarsi sino al termine naturale dalla legislatura. Ma questo non esime alcuno degli attori politici?dal pronunciare con chiarezza e senza infingimenti una parola definitiva e non modificabile in tema di sistema elettorale da costruire per un futuro non lontano. ANDREA G. STORTI
Cosa è lecito attendersi

Cosa è lecito attendersi

All'indomani della conclusione, da un lato delle primarie del Partito Democratico in Italia, dall'altro delle elezioni presidenziali in Francia, vorremmo sviluppare alcune riflessioni politiche. In entrambi i casi parlano, prima di tutto, i numeri: alle votazioni primarie del Partito Democratico 1.838.000 partecipanti. Un numero assai significativo di questi tempi in Italia e non è utile il confronto con la partecipazione a precedenti analoghi appuntamenti. Una scontata affermazione di Matteo Renzi con un irraggiungibile 69.17% piuttosto rassicurante. I suoi competitors al palo in tutti i sensi: uno (Andrea Orlando) al 19.96%, comprensivo degli endorsment del vecchio P.C.I.; il secondo (Michele Emiliano) al 10.87%, del tutto trascurabile. Matteo Renzi, consapevole di dover nuovamente iniziare a scrivere una pagina bianca dovrà giocare anzitutto la partita di una nuova legge elettorale per poi riprendere il cammino riformista nel Paese senza errori grossolani come quelli compiuti in occasione del varo della c.d “buona scuola”. Egli dovrà, inoltre, dare corso ad una strategia di politica europea sinora soltanto abbozzata. E qui incrociamo la situazione francese. Emmanuel Macron è il nuovo Presidente della Repubblica francese. Una prima ragione positiva risiede nel fatto che egli ha sconfitto Marine Le Pen impedendo una affermazione della Destra estrema che si sarebbe rivelata un evento catastrofico dal punto di vista politico internazionale. É ora atteso alla prova dei fatti: il primo banco di prova sarà dato dall’intervento in materia di politica del lavoro che già in precedenza aveva allarmato parte dei cittadini e le loro rispettive rappresentanze sindacali. In questo senso vi è una similitudine con la situazione di Matteo Renzi che in Italia dovrà dare corso ad una impostazione politica rinnovata. É forse auspicabile? che essi si ritrovino, poi, protagonisti sulla scena europea e che ciò possa costituire un credibile rilancio dell’Unione, teso a riequilibrare i pesi oggi esistenti all'interno della stessa, soprattutto nei confronti della Germania. Il futuro che ci attende potrebbe dunque essere caratterizzato da una svolta? importante se non decisiva sulla strada di un?cammino comune a lungo atteso.  

Una faticosa opportunità

Il puzzle delle elezioni nei principali paesi europei inizia a comporsi. Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha visto prevalere Emmanuel Macron con il 24% dei consensi e sarà al ballottaggio del 7 maggio prossimo con Marine Le Pen, forte del 21,3% dei suffragi. Registriamo nell'immediato la sconfitta della seconda, pur nel massimo risultato storico per la destra d’oltralpe, che, riteniamo si ripeterà tra due settimane, respingendo l’equazione attentati terroristici = prevalenza della componente politica di destra o estrema destra. Il secondo importante elemento è costituito dalla cocente sconfitta dei Repubblicani ex UMP di Francois Fillon (al 20% dei voti) che ha trascinato il partito nella sua repentina parabola discendente, impensabile soltanto qualche mese fa. Il terzo elemento di notevole importanza è la débâcle socialista, attesa non in queste dimensioni. Il Partito Socialista ha raccolto il 6,4 per cento; nelle elezioni scorse del 2012 il consenso attorno a Francois Hollande si era attestato al 28,6%. Il 22,2% in meno. Siamo quindi di fronte ad un quadro politico stravolto dove i due tradizionali partiti di riferimento, il socialista e gli eredi del gollismo hanno un peso politico decisamente minore. Per contro, Emmanuel Macron è riuscito nell'intento di rendere presentabile ed appetibile un centro politico che sinora non aveva trovato significativa rappresentanza; l’ultimo tentativo al riguardo del 2012 di Francois Bayrou permise loro di raccogliere il 18,6% a fronte del 9,15% del 2007. Segnaliamo inoltre che mentre nelle città con più di 100mila abitanti il risultato percentuale dei due candidati che vanno al ballottaggio è pressoché lo stesso risultato ultimo finale, nella città di Parigi Marine Le Pen è fanalino di coda dei quattro principali candidati con appena il 5% dei consensi. Una tendenza che vede misurarsi anche il voto di città contro il voto della campagna. Su quali punti qualificanti sembra orientarsi il programma di Emmanuel Macron? Una sostanziale rifondazione dell’Europa con, al termine, un progetto di Costituzione, per esempio. Ciò dimostra che quando si vuole abbandonare in questo senso una visione esclusivamente rigorista e perdente, esso non solo è possibile ma apre scenari di più ampio respiro. ANDREA G. STORTI
Non vogliamo illuderci, chissà…

Non vogliamo illuderci, chissà…

Con notevole ritardo si prende atto di come nella politica italiana qualcosa si stia muovendo. Dopo anni di ridicoli balletti alcuni esponenti di peso del Partito Democratico hanno preso la tardiva decisione di uscire dal Partito stesso: assai meno positivo ed importante è stato il successivo annuncio della fondazione di un ennesimo rimasuglio della sinistra italiana, il nascente “Art. 1 - Movimento Democratici e Progressisti” accreditato - nei sondaggi - del valore massimo del cinque per cento dei consensi. Non crediamo sia o sarà una svolta epocale ma contribuisce a fare chiarezza. Quest’ultima operazione porta con sé il pesante fardello di fallimenti precedenti, primo fra tutti quello della costituzione stessa del Partito Democratico nel 2007, tentativo di amalgama non riuscito ed annegato temporalmente in forma precisa con la mancata elezione a Capo dello Stato di Romano Prodi, uno dei fondatori dell’Ulivo. Passato attraverso le gestioni di Walter Veltroni, sconfitto nel 2008?da Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, non vincitore di fatto nel 2013, con due occasionali apparizioni di Dario Franceschini e Guglielmo Epifani quello che doveva rappresentare un grande partito della politica nazionale tonerà ad essere guidato domani da Matteo Renzi, unica figura in grado di esercitare un ruolo di leadership all'interno di ciò che rimane del centrosinistra, o presunto tale, italiano. É tuttavia necessario che Matteo Renzi riacquisti credibilità dopo la pesante sconfitta nel referendum costituzionale del 4 Dicembre scorso, a condizione che non commetta l’errore di accedere al prossimo voto senza un nuovo impianto di legge elettorale. Il lento scorrere delle vicende politiche minaccia di consegnare una maggioranza al “Movimento Cinque Stelle” senza che questi faccia molto per meritarla, soprattutto in considerazione di una idea di democrazia interna alquanto precaria, per usare un eufemismo. Essere garanti e, pertanto, esercitare una autorità non significa disporre di una autorevolezza politica che, infatti, Beppe Grillo mai ha posseduto. Tutto questo in un contesto internazionale già comunque nuovo ma non foriero, per questo, di condizioni necessariamente positive. L’irrompere sulla scena della figura di Donald Trump appare, per esempio, inquietante. ANDREA G. STORTI