Come finirà la ditta?

Tralasciamo per umana pietà di parlare di quella che sarà la prossima nuova Legge sulla corruzione attesa da più di 740 giorni le cui caratteristiche salienti saranno in ogni caso diverse dall'impianto originario, e molto attenuate. Infatti potremmo perciò definire l’Italia una simildemocrazia, nel senso che. sul percorso italico, i provvedimenti legislativi faticano non poco a giungere a conclusione ed anche quando il traguardo viene tagliato si ha sempre l’impressione che il corridore ciclista stia per cadere rovinosamente a terra. Registriamo, invece, come sia destinato a perpetuarsi l’orrendo vuoto politico e morale che mina la stessa essenza della simildemocrazia italiana impedendo ad essa di esercitare un qualsiasi altro ruolo in contesti territoriali diversi e più importanti, penso, ad esempio all’Europa. Di ciò è sicuramente responsabile la classe politica italiana del recente passato nessuno escluso, ma anche l’attuale formazione politica di maggioranza relativa del Partito Democratico non è immune da questa forma di letale contagio. Imperversa la figura politica di Matteo Renzi a capo dell’esecutivo e massimo esponente del partito, ma, come “Forza Italia” sul versante opposto ormai in liquidazione, (i più recenti sondaggi – IPSOS PA per “Il Corriere della Sera” 5.4.2015-) ?le assegnano un modesto 13,5% dei consensi, dietro la Lega Nord lepenista di Matteo Salvini (13,7%), il P.D. si presenta oggi sconquassato al proprio interno da emergenti, nuove ed antiche vicende di corruzione e malversazione per essere cortesi, in significativa emorragia di iscritti, senza una reale rappresentatività sociale. Le preoccupazioni espresse anche recentemente per la tenuta della Ditta da parte dell’ex segretario Pierluigi Bersani hanno, si ritiene, concreto fondamento. Il Partito Democratico manca ancora di una vera classe dirigente, successiva alla “rottamazione”: a quest’ultima operazione si è sostituito il nulla, fatta eccezione per il capo supremo, né emerge una cultura politica, senza la quale una compagine oggi comunque capace di attrarre consensi, non va da nessuna parte, perché l’adesione ad una forza politica é tale se duratura. Potrebbe, intanto, essere l’occasione per una vera pulizia nel partito: questa necessaria operazione sfuggì al Partito Socialista di Bettino Craxi nei primi anni ottanta del Novecento e port?, con altre ragioni, alla disintegrazione. Nonostante il clima non ci sentiamo di fare grandi auguri. ANDREA G. STORTI

Un nuovo (?) capo dello stato

Tra qualche ora Sergio Mattarella sarà il nuovo Capo dello Stato. Nulla da eccepire sulla caratura complessiva, più giuridica che politica, della persona. Il percorso seguito che ha portato alla sua elezione merita al tempo stesso alcune considerazioni. Si tratta di un ritorno alla c.d. “prima Repubblica” poiché la nuova prima carica dello Stato proviene da quel periodo. Leopoldo Elia, Benigno Zaccagnini, Ciriaco De Mita ed altri personaggi del tempo possono essere considerati numi tutelari e questo aspetto è di per sé illuminante. Mattarella ha attraversato per intero il corso storico della “Sinistra democristiana” di allora è e trova pertanto indiretta conferma l’attuale caratterizzazione del Partito Democratico che della DC è ormai sempre più la manifestazione riveduta e poco corretta. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha giocato nel frangente assai bene le sue carte conseguendo importanti risultati dal punto di vista strettamente politico. Ha, in primo luogo depotenziato le velleità di uomo di Stato di Silvio Berlusconi non più capace di stare autorevolmente sulla scena politica, coadiuvato in questo involontario disegno autodistruttivo da qualche bilioso aiutante di campo. Non si vede come, tra qualche tempo, “Forza Italia” possa rovesciare il tavolo delle riforme senza escludere il ricorso anticipato alle urne e, così, probabilmente certificare la propria progressiva sparizione. Matteo Renzi nel corso della vicenda per l’elezione del Presidente della Repubblica ha presentato Angelino Alfano ed il suo gruppo per quello che sono: nulla, in quanto esistono soltanto come pallidi esempi di uomini di potere. Egli ha contribuito e rendere residuale, nel caso, la posizione del “Movimento Cinque Stelle” di Beppe Grillo che, tanto per cambiare, non è riuscito ad essere concretamente propositivo mentre invece, forse, avrebbe dovuto esserlo anticipando i tempi senza traccheggiare inutilmente. Per umana pietà si tace del gruppuscolo degli “ex Cinque Stelle” in Parlamento come su Marte, perduti nella loro insignificanza. Da ultimo, non ultimo come risultato il Partito Democratico si è ricompattato intorno al candidato Mattarella trascinando, questa volta, con sé la compagine di Nichi Vendola. Per l’occasione la minoranza PD si è dimostrata tale. Ma forse non era necessario. ANDREA G. STORTI

L’attesa addio

La settimana che termina racchiude un evento politico nazionale molto importante: le dimissioni ufficiali di Giorgio Napolitano da Capo dello Stato. Più volte su questo blog abbiamo analizzato, sostenuto, criticato sue posizioni, ne abbiamo segnalato la tempestività o meno, abbiamo atteso una sua nuova presa di posizione o ne abbiamo sottolineato l’assenza. Oggi, possiamo, come si suole dire, tirare una riga. Non è stato un buon Presidente perché ha spesso prevaricato le sue funzioni. Non è stato il Presidente di tutti gli italiani. La compagine di centro destra ha, in questo senso, tuttavia, poco di cui lamentarsi. Napolitano ha garantito la sopravvivenza politica di Silvio Berlusconi attraverso il varo del governo Monti, invece di mandare immediatamente gli italiani al voto (2011); ha firmato il “Lodo Alfano” ed il “Legittimo impedimento”. Ha inoltre ordinato la distruzione delle intercettazioni Stato – Mafia contribuendo a negare ai cittadini italiani la verità su questo inquietante aspetto. Considerando, invece, aspetti più recenti, verso il termine del suo primo mandato ha controfirmato la “Legge Fornero” e, nel periodo dell’attuale governo, ha sottoscritto lo “Sblocca Italia” ed il “Jobs Act”: Un Parlamento delegittimato lo ha inoltre eletto per un secondo mandato -accettato- tenendo un discorso di insediamento nel corso del quale egli stesso ha fatto a pezzi l”attuale condizione della politica italiana. In questo ultimo contesto spesso si ribadisce che non era forse possibile agire diversamente poiché la situazione nazionale, in particolare economica era vicina al collasso; ma il tempo successivo ha sin qui dimostrato che non era così e che egli ha progressivamente agito creando di fatto in prima persona condizioni politiche da lui stesso evidentemente ritenute ineludibili. Il passaggio da un ruolo del Capo dello Stato esclusivamente formale ad uno di protagonista indiscusso della scena politica inaugurato all'inizio degli anni Novanta del Novecento da Francesco Cossiga ha trovato circa vent'anni dopo in Giorgio Napolitano un puntuale realizzatore. Una Italia ancora relegata ad un ruolo marginale in Europa nonostante il semestre di Presidenza della Comunità del quale nessuno sembra essersi accorto, meritava forse un Presidente diverso. ANDREA G. STORTI

Eppur si muove…

Dopo un periodo politico di sostanziale traccheggio ci occupiamo delle vicende più significative e recenti, dei loro possibili sviluppi in un quadro generale che torna a farsi interessante. Il Presidente del Consiglio preme soprattutto su due questioni: l’approvazione dell'”Italicum” entro l’anno ed il varo definitivo del “Jobs Act” a stretto giro. Della prima questione e del patto che la ispira si è scritto persino troppo.Tema annoso, ma anche di più se si considerano la dilatazione dei tempi e la ridda di annunci che in proposito si sono succeduti. Abbiamo ragione di ritenere che, alla sua stretta finale, Silvio Berlusconi si sfilerà dall'impegno, preoccupato di salvaguardare ciò che rimane del suo partito. A quel punto le strade rimarranno due: o la ricerca di una maggioranza circoscritta al tema – il tentativo di fare da sé da parte del Partito Democratico pare rischioso – oppure il ricorso al voto politico anticipato, che con ogni probabilità a Matteo Renzi converrebbe, anche alla luce degli esiti delle ultime consultazioni regionali di Emilia Romagna e Calabria delle quali diremo più avanti. In questo secondo caso, tuttavia, il Presidente del Consiglio verrebbe meno ad una serie di impegni, non ultimo quello di giungere al termine naturale della legislatura (2018); teniamo conto, peraltro, che si parla di politica e non vi è, pertanto, alcuna solidità al riguardo.Dovrebbe trattarsi di un percorso più lineare per quanto concerne l’approvazione del “Jobs Act”; è da ritenersi, ormai, patrimonio comune la necessità di una riscrittura delle regole per il lavoro, anche se la perdita di tutele non è esattamente priva di significato. Anche le posizioni all'interno del Partito Democratico non appaiono invalicabili, date le caratteristiche della minoranza interna, con poche idee e qualche confusione di troppo. Nel frattempo si è assistito ad una scossa elettorale di notevole entità per quanto si riferisce alle due Regioni chiamate al voto. Il dato più negativamente sorprendente è l’affluenza al voto in Emilia Romagna. Il 37% degli aventi diritto in una delle Regioni – traino dell’economia nazionale rappresenta un dato “sismico” da non sottovalutare per la democrazia italiana. Del resto, l’astensionismo ha pesato, in diversa misura, per tutte le forza politiche in campo. Spiccano, poi, la deriva politica di “Forza Italia” (8,36% in Emilia Romagna; -63,1 in termini di voti espressi rispetto alle Europee 2014 e -80,6 rispetto alle precedenti Regionali 2010. In Calabria 95.629 voti in tutto). La cocente delusione del M5S al 13,3 % dei consensi in Emilia Romagna, per tacere della Calabria dove si attesta al 4,96%. La sua “spinta propulsiva” per dirla con Enrico Berlinguer, sembra esaurirsi ed ha bisogno di una severa autocritica. Il successo della Lega Nord (19,42% in E.R. e consenso raddoppiato rispetto alla ultime Europee, pur se in calo- in termini di voti – nel confronto con le precedenti Regionali) ormai sempre più lepenista e di destra, tale da fare ombra a Silvio Berlusconi con risvolti inquietanti per il futuro; la grande astensione dal voto all'interno del Partito Democratico che ne fa sempre di più, se ce n’era bisogno, un partito di centro. Ecco, tornano le posizioni più estreme in una situazione dove avanza il nuovo, si fa per dire, centrismo del P.D. Forse una riedizione dei “favolosi anni 50-60? ANDREA G. STORTI

Sull’uscio della scuola (parte seconda)

6. Per quanto concerne la didattica le più importanti chiavi di lettura sono date da un potenziamento della lingua inglese e dell’informatica, ma anche qui nulla di nuovo, mentre invece si corre ai ripari dopo due tremendi scivoloni precedenti che consistono nell’aver tolto l’insegnamento della storia e della geografia dagli Istituti Tecnici e, quasi per intero o completamente, lo studio della musica e della storia dell’arte. 7. Si propone di dare nuovo impulso al rapporto scuola-lavoro che oggi interessa, al netto delle dichiarazioni demagogiche, soltanto il 9% degli studenti italiani del quarto e quinto anno conclusivo della scuola media superiore e che con difficoltà comprende le piccole imprese. 8. Poteva poi la scuola non essere interessata dalla “spending review”? Certamente no ed ecco che allora verrà chiusa la sede Ministeriale di Roma EUR, mentre è previsto il recupero di 1,5 miliardi di Euro risparmiando sulle supplenze esterne – cosa tutta da verificare – e riducendo gli sprechi che, evidentemente non sono molti, se una pratica diffusa tra i genitori degli alunni consiste nel dotare i propri figli che si recano a scuola di carta igienica. Ma, ci viene detto occorre essere ottimisti: ci si chiede quali fonti possano assicurare questo stato di cose, dal momento che (9.) verrà ulteriormente garantita, con opportuni interventi, la parità tra scuola pubblica e privata che, francamente ci sembra già oggi oltremodo assicurata. Una ultima considerazione davvero importante. Si lavorerà per migliorare il rapporto esistente tra insegnanti di sostegno ed alunni in difficoltà (10.) Questo passaggio è quanto mai urgente ed indispensabile, se non altro per ricordare Franca Falcucci, Ministro della Pubblica Istruzione di vecchia scuola democristiana, della quale, chi l’avrebbe mai detto, potremmo anche avvertire la nostalgia. ANDREA G. STORTI