Finisce l’ipocrisia delle “larghe intese”

Finisce l’ipocrisia delle “larghe intese”

Con la scissione intervenuta all'interno del “Popolo della Libertà”, termina, nei fatti,l’esperienza di “governo delle larghe intese”, tenacemente propugnata, prima di tutto, dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Se così sarà, dopo la decadenza da Senatore di Silvio Berlusconi (in aula il 27 Novembre), egli dovrebbe rassegnare le proprie dimissioni aprendo la strada alla nomina di un successore. Nulla accadrà di tutto questo, perchè questo in Italia non si verifica. Avremo, invece, una nuova maggioranza politica nella quale al Partito Democratico si affiancherà il tentativo di un “Nuovo Centrodestra Italiano”, già alle porte. Non siamo interessati al gioco “governo più forte/governo più debole” che sembra fare capolino. Anche questa nuova messa sarà officiata da Re Giorgio I? che, potremmo auspicare, potrebbe così concludere questo secondo settennato e dedicarsi, finalmente, alla famiglia. Sperimenterebbe, non in prima persona, quale significato sta avendo la crisi economica per milioni di concittadini alla soglia di una nuova povertà, incontrare per strada la moltitudine di giovani senza lavoro, dove proprio la famiglia si sta rivelando un eccellente ammortizzatore sociale. Abbiamo bisogno di molte cose ma non di nuove alchimie politiche lontanissime dalla persona: forse ciò non è ancora pienamente compreso. Il normale incedere degli eventi farà giustizia di questo. Diranno: “non c’è alternativa a questo governo”: ma essa è stata mai realmente cercata? ” La priorità è la crescita economica”: ma abbiamo messo in atto le condizioni per raggiungerla? “Ce lo impone l’Europa”:, ma siamo certi che è questa l’Europa che vogliamo? “Devono crescere i consumi”:, ma con quale denaro vi si accede? Un esempio di come quattro messaggi che si ripetono ormai all'infinito incontrano e provocano altrettanti immediati interrogativi. Il punto è proprio questo: il deserto sostanziale di risposte. Le “larghe intese” si sono rivelate una ipocrisia poiché sulle questioni di maggiore importanza la divaricazione tra la posizione del Partito Democratico e quella del Popolo della Libertà è sempre puntualmente emersa: nessuno o pochi, peraltro, si attendevano che ciò non accadesse. Il prodotto, tuttavia, è zero: alla fine questo è ciò che, purtroppo, conta. ANDREA G. STORTI
…quando passerà novembre?

…quando passerà novembre?

Finisce, nel peggiore dei modi, l’avventura politica di “Scelta Civica”. Il suo fondatore, il Sen. Mario Monti tornerà ad essere un parlamentare a vita e nulla di più. Non è molto frequente che, in Italia, un personaggio riesca a dissipare, in un – tutto sommato – breve arco di tempo, una credibilità politica che sino allo scorso Gennaio andava costruendo . A memoria ricordo il solo caso, relativamente recente di Mario Segni, al crepuscolo della Democrazia Cristiana. Per contro, anche la storia politica di Silvio Berlusconi volge al termine. Tuttavia, il cammino verso l’oblio è in questa situazione più lento. Potrebbe coincidere con la sua decadenza da Senatore: se ciò avvenisse, con ogni probabilità, il passaggio successivo sarebbe dato dal tentativo di apertura di una nuova crisi di governo, dopo quella a lungo sfiorata degli inizi del precedente Ottobre e, nel caso in cui il governo di Enrico Letta superasse questo scoglio, correremmo verso una definitiva scissione all'interno del maggiore partito dell’area di centro destra nazionale. Dal momento che questi passaggi paiono già scritti se ne attende la reale conferma, anche se il terreno politico mai è uniforme. Perché, invece, non un altro crocevia? Per esempio:
  1. la definitiva decadenza di Silvio Berlusconi, accompagnata da una pluriennale interdizione dai pubblici uffici;
  2. il governo attuale che presenta in Parlamento una nuova Legge elettorale attesa ormai da anni che abbia al centro la certezza del formarsi di una compagine governativa;
  3. lo scioglimento delle Camere;
  4. una nuova consultazione politica dei cittadini;
  5. la successiva elezione, possibilmente diretta, di un nuovo Capo dello Stato non ottuagenario e non espressione dell’Italia politica del Novecento.
Ad indicare la necessità di un diverso percorso il fatto che il nostro Paese si segnala, per esempio, per una crescita assai preoccupante del fenomeno delle “nuove povertà” (Fonte: Coldiretti – Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione – 2013). Per effetto della crisi economica e della perdita del lavoro, si registra un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti ai bisogni alimentari. I connazionali indigenti che hanno ricevuto pacchi alimentari o pasti gratuiti attraverso i canali no profit che distribuiscono le eccedenze sono oggi sono oggi più 4 milioni (2,7 milioni nel 2010). Si potrebbero indicare, ulteriormente, tutta una serie di dati macroeconomici che certificano una crescita soltanto a parole. Basta questo, ed è problema più urgente dell’ ipotesi di dimissioni del Ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri. ANDREA G. STORTI
Il ventennio è realmente finito?

Il ventennio è realmente finito?

In questo primo scorcio di Ottobre siamo avvolti da un dubbio politico di grande spessore. Il ventennio di Silvio Berlusconi è finito? L’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri ha già risposto positivamente. Noi saremmo più prudenti. Dopo il flop dell’ultimo tentativo di crisi di governo si tende, da parte governativa, ad indulgere verso un ottimismo non soltanto di maniera. Giustificato? Non sembra. Primo: la situazione nazionale economica non presenta miglioramenti significativi ed il prossimo varo della Legge di stabilità non sarà certo operazione rivoluzionaria, pare anzi piuttosto sbiadita. Secondo: il corollario europeo si caratterizza per una conferma della politica del rigore senza aggiustamento alcuno, per cui i potentati consueti imporranno, ancora una volta, il rispetto di condizioni che andrebbero rivisitate e riviste. Terzo: la complessiva situazione sociale tiene per il massiccio ricorso alla cassa integrazione formalmente diminuita e per l’azione di supporto generazionale, in particolare a favore dei giovani il cui livello di disoccupazione ha superato, in Italia, il quaranta per cento. Quarto: la società nell'insieme, offuscata da queste condizioni, si ripiega su se stessa come una vela in balia del vento e non pone i valori di impegno, forza e solidarietà al centro della propria azione. Queste tre direttrici dovrebbero rappresentare l’essenza dell’agire politico. Tuttavia, le forze di governo passano dal continuo rinvio al nulla, ciò che rimane insegue un problema di decadenza soggettiva e pertanto, insignificante, oppure rischia di infrangersi su di un conflitto interno, e quest’ultima condizione vale per tutti, nessuno escluso. Una volta presentati i problemi economici, la bussola politica vira ancora una volta su Silvio Berlusconi. É mai possibile? L’attore ancora principale non lascerà facilmente la scena, neanche di fronte ad intemperanze del pubblico. É, forse, non sbagliato pensare che tenterà , a breve, di portarci a nuove elezioni. A lui, in fondo, nulla importa dell’interesse generale. Nel contempo, Re Giorgio sta perdendo visibilmente colpi nella convinzione effettiva di sorreggere ciò che da Febbraio ad oggi si è autodisintegrato. ANDREA G. STORTI

La Seconda Repubblica ai titoli di coda

Si è concluso il primo atto ufficiale della decadenza di Silvio Berlusconi da Senatore. Trascina con sé, crediamo, la c.d. “Seconda Repubblica“. Perché mai avrebbe dovuto essergli garantita una “agibilità politica”, neologismo e condizione tutta italiana? Può essere che egli rappresenti il voto di milioni di italiani, ma la condizione di pregiudicato che gli deriva da inquietanti vicende è soltanto sua. Purtroppo, abbiamo assistito nell'agone politico nazionale a giorni e giorni di discussioni sul nulla. Pare, peraltro, fallita la deprecabile forma di ricatto esercitata nei confronti dell’attuale esecutivo, già di per sé non esattamente stabile. Il procedere del governo Letta è incerto ed una aggettivazione che calza a pennello nel descrivere la sua situazione è “inconcludente”. Come altro definire questo continuo “stop and go” inframezzato di violazioni costituzionali e di continue dichiarazioni demagogiche? Non è forse chiaro che una composizione di governo basata su due formazioni politiche estremamente diverse porta, inevitabilmente, alla non conclusione o a processi dimezzati? IL Capo dello Stato, anziché presentare la situazione come un ineluttabile stato di necessità dovrebbe, come si suol dire, trarne le conseguenze. Non si vedono, infatti, disastrose conseguenze se non pari alle attuali condizioni. Il problema è che votare con l’attuale Legge elettorale rischia di riprodurre ancora una volta una condizione di maggioranza politica riconducibile ad una sola delle Camere. Qui sta una delle pesanti responsabilità del governo “delle larghe intese”. Nonostante siano da tempo trascorsi cento giorni dal suo insediamento non si è provveduto all'intesa ed alla presentazione di una nuova Legge elettorale necessaria a sbloccare un vergognoso impasse. Quello che sembra un problema tecnico, rivela, invece, uno stallo tutto politico che deve essere rimosso. Senza questa pre-condizione non si andrà da nessuna parte. Siamo tuttavia, ormai, ai titoli di coda e non assume certo grande significato ricreare “Forza Italia” o “Alleanza Nazionale”, riportando indietro gli orologi del tempo, fingendo di non comprendere come questi ultimi siano soltanto ingannevoli, pesanti amuleti. Il tempo per le forze politiche tradizionali sta per scadere. ANDREA G. STORTI
Alle soglie di un potere dinastico?

Alle soglie di un potere dinastico?

L’assoluta mediocrità della classe politica italiana ha in queste settimane probabilmente toccato il fondo. Non so se e quanto ricorderemo degli ultimi vent'anni di storia politica nazionale, in quanto una simile parentesi andrebbe cancellata. Ai partiti politici del Novecento si è sostituito il nulla e non è un caso che mai come in questo scorcio di ultimo novecento sino ai primi lustri del Duemila corruzione e malversazione abbiano imperversato. A ”sinistra”, uso queste categorie per semplificare poiché non vi è altra ragione, il progetto del Partito Democratico è miseramente fallito per la pochezza dei protagonisti e le loro povere idee. Un carrozzone alla deriva (2011 – 860.000 iscritti; 2013 – 500.000) incapace di fornire una credibile rappresentazione politica della complessità sociale di oggi. Peraltro a “destra”, dove un conservatorismo illuminato di carattere nazionale mai è esistito, al declinare della maggiore figura politica, un buffone in ambito europeo, Silvio Berlusconi, del cui sole i cittadini italiani hanno ritenuto di potersi giovare compiendo un clamoroso, pesante errore, subentra il nulla del nulla ed i soggetti che si accalcano intorno al palco sono, perlopiù, dei clown tristi e di nessuno spessore. Per questa ragione potrebbe farsi strada una tentazione dinastica, al cui solo pensiero si rabbrividisce d’Agosto. Qualcosa di simile alle democrazie europee ed extraeuropee da operetta, dalla Russia a Cuba, passando per i Paesi ex-satelliti dell’Unione Sovietica (Kazakhstan e dintorni). É incredibile come i luogotenenti della riproposta ”Forza Italia” saprebbero adattarsi perfettamente qualora il passaggio di consegne in casa Berlusconi dovesse realmente avvenire. Ci auguriamo che un maturo Paese europeo sappia, invece, sottrarsi a questa eventualità, soprattutto in un momento in cui l’economia italiana non presenta esclusivamente dati negativi, frutto di una complessiva situazione continentale non pi? caratterizzata soltanto dal buio assoluto. Per quanto ci riguarda auspichiamo che il Partito Democratico non inventi qualche cosa di inatteso di cui soltanto loro sono capaci, per esempio una larghissima... intesa... In fondo, un consulente nel settore delle pubbliche relazioni ed un comico in un breve arco di tempo hanno saputo fare meglio. ANDREA G. STORTI
Storie di ordinaria follia e per contro…

Storie di ordinaria follia e per contro…

Si raccontano sul suolo italico storie che potremmo definire di ordinaria follia. Il campo interessato è, con evidente, negativo disappunto quello economico sociale e non saremmo sorpresi se nel prossimo futuro dalla civile constatazione e contestazione si passasse a forme di rivolta popolare. Non si aprirà una guerra civile; stiamo divenendo troppo poveri per sostenerla. La Francia, per rimanere all'Europa ha acquisito una posizione di preminenza in alcuni mercati, ad esempio l’agroalimentare, nonostante ?alcuni dei suoi indicatori macroeconomici si segnalino negativamente. Il settore della creazione del lusso desta l’interesse d’oltralpe e segnali di possibili acquisizioni oltre quelle già definite sono ormai alle porte. Il cosi detto “Made in Italy” sta mettendo le ruote ed il nostro manifatturiero, comunque secondo soltanto alla Germania in campo europeo arretra costantemente. Si cerca di contrastare la delocalizzazione: i casi Indesit di Fabriano (Ancona) per l’industriale, IBM Italia Segrate (Milano) per il tecnologico, MCS (Ex Marlboro, ed, in parte, Marzotto) di Valdagno (Vicenza) per il tessile, la Berco di Rovigo per il metalmeccanico sono esempi di crisi acute contro le quali “il Decreto del fare” diventa operato risibile. Per contro, il caso Mediaset che vedeva imputato per frode fiscale l’On. Silvio Berlusconi si chiude con la definitiva sentenza di condanna da parte della Corte di Cassazione, dopo un percorso durato dodici anni cui anche le scelte dell’imputato hanno contribuito attraverso lodi, impedimenti, leggi ad personam e competenze di sede processuale. La situazione venutasi a creare apre, evidentemente, un problema politico. Irricevibile una richiesta di grazia, considerata correttamente un caso di analfabetismo giuridico, e temerario il ricorso alla piazza, dagli incerti esiti per i sostenitori del Popolo della Libertà, crediamo opportuno, come avverrebbe in qualsiasi matura democrazia dell’Occidente europeo, dare piena esecuzione al dispositivo di sentenza con la decadenza immediata dall'incarico di Senatore, avallata dal Parlamento per la camera di appartenenza (Legge Anticorruzione del 2012 – Governo Monti) e non candidabilità a premier per i prossimi sei anni. In una Nazione normale, poi, un Partito il Democratico presente al Governo in coabitazione con una forza politica il cui primo rappresentante è un pregiudicato per reati contro lo Stato ne trarrebbe le inevitabili conseguenze. O, forse, è sperare troppo? ANDREA G. STORTI