Un rinvio oggi, un altro domani…

Un rinvio oggi, un altro domani…

Appare ormai solare che questo governo si distingue, in maniera pressoché esclusiva per la politica del rinvio: cosi è stato per l’ IMU, per il prospettato aumento dell’imposta sul valore aggiunto di un punto percentuale ed altro ancora. É stato pubblicato il “decreto del fare” e ci si chiede con quale supponenza sia stato così definito, dal momento che la tracotanza dell’atteggiamento è invece, ad avviso di chi scrive, evidente rispetto ai risibili, insufficienti contenuti del provvedimento. La provocazione con la quale Beppe Grillo. leader del M5S, forza d’opposizione, chiede l’intervento del Capo dello Stato per lo scioglimento delle Camere è indice della situazione che si è venuta creando. All'interno di tutto questo si segnala, in particolare la posizione del Partito Democratico per l’inaudita gravità. Frastornato da beghe interne riconducibili alle regole da porre in essere per la prossima scadenza congressuale, i loro rappresentanti hanno, per esempio, bocciato in aula (insieme al PdL) l’introduzione del reddito di cittadinanza nella evidente convinzione che altre siano le situazioni da tutelare. Non paghi di questo?hanno poi contribuito, in maniera determinante a due ennesimi rinvii:
  1. per l’acquisto definitivo degli F-35 da parte del Ministero della Difesa, presentando la cosa come una vittoria ignorando, ancora una volta, sulla questione il dettato costituzionale;
  2. accodandosi, nel rinvio dell’elezione dell’On. Daniela Santanchè a quarto Vice Presidente della Camera dei Deputati forse in attesa che un colpo di spugna cancelli il recente passato dell’interessata, che nel 2008 fu candidata alla Presidenza del Consiglio per la Destra ed ebbe a sostenere che ...”Berlusconi vuole le donne solo orizzontali...”.
Intanto, una figura politica di eminente spessore, il Sen. Mario Monti, minaccia l’apertura della crisi politica se il Governo non cambierà passo, chiedendo la convocazione di un vertice di maggioranza, come ai tempi belli della c.d. Prima Repubblica. Se queste son le larghe intese…. Che tristezza infinita!!! ANDREA G. STORTI
Il voto amministrativo nel mezzo di una ricerca presidenziale

Il voto amministrativo nel mezzo di una ricerca presidenziale

Roma, Brescia, Catania, Treviso, Imperia, Viterbo alcune delle città dove ha prevalso il centro sinistra: 16 a 0 nei capoluoghi di provincia; questo l’esito del confronto Pd – PdL nei ballottaggi amministrativi, una partita senza storia. Eppure il dato più importante non è questo: l’affluenza complessiva non supera il 50% e si attesta al 48,6%. Ecco il motivo di un allarme senza precedenti. I cittadini non riversano nella politica alcun significativo interesse, nessuno escluso. Per contro, la stessa classe politica compie ogni sforzo per allontanarsi dai potenziali elettori; e ci riesce. Appare uno sterile dibattito sulle forme istituzionali più consone al “sistema” Italia, ricordando come il tema fu introdotto nel lontano 1979 dall'allora Onorevole Bettino Craxi , favorevole all'introduzione del c.d. presidenzialismo, il quale quattro anni dopo diverrà il primo Presidente del Consiglio socialista italiano della nostra storia. Ed ebbe poi termine, di fatto, la parabola politica del P.S.I. Siamo, oggi, 2013, ancora fermi a questo. Perchè un “governo delle larghe intese” dovrebbe riuscire, nell'arco di diciotto mesi in un processo di riforma costituzionale ed istituzionale importante e, non casualmente, cosi datato? Crediamo che nessuna attuale compagine politica possa intestarsi il successo alle recenti elezioni amministrative, né tanto meno ergersi a supremo baluardo di una riforma infinitamente più grande dei partiti che dovrebbero inscenarla. Infatti, registriamo come il Pd sia molto lontano dalla costruzione stessa di una moderna forza politica autenticamente riformista mentre i fatti più recenti dimostrano che il PdL senza Silvio Berlusconi, antieuropeista reale, non esiste. Il M5S mostra, per ora, il suo tratto dilettantistico, aggrovigliato in vicende di scarsa democrazia. Parliamo, dunque, della grande maggioranza dell’elettorato italiano, e per questa ragione non indulgiamo facilmente all'ottimismo che sembra invece permeare l’azione attuale del governo, senza che, a nostro avviso ne ricorrano gli estremi. Sarà forse l’ottimismo della volontà che, tuttavia, da solo non crea improvvisa crescita. Le casse invece, queste sì, sono desolatamente vuote. ANDREA G. STORTI

Un pesante rifiuto

Scriviamo “a mente fredda” dell’esito delle ultime, parziali elezioni amministrative nazionali (poco più di cinquecento Comuni, su di un numero complessivo superiore agli ottomila) che hanno comunque assunto un preciso significato politico e che potranno disegnare, di qui a breve, nuovi scenari in termini di stretta attualità politica. Si è materializzato un rifiuto molto pesante del voto. Il cittadino, schifato dai partiti tradizionali, non ha trovato, in questa occasione, valide alternative al non esprimersi: questo incontrovertibile dato è in sè molto preoccupante per il prossimo futuro. I protagonisti delle “larghe intese” (Pd e PdL, non viene conteggiata Lista Civica di Monti, ormai residuale) hanno perso almeno un milione di voti su sette in tre mesi (raffronto con le Politiche 2013). É tuttavia evidente che confrontare il voto delle Politiche con le Amministrative non è corretto: tuttavia, se prendiamo come riferimento la sola Capitale il Pd arretra, sempre rispetto alle Amministrative, del 2008, del 43% ed il PdL del 65% . Quindi, quando si scrive “sale il Pd” (Corriere della Sera, Martedì 28.5.2013) si scrive una cosa non vera. Il tracollo del PdL è un dato di fatto. Vince l’astensione e vi è, certamente, una sconfitta politica del Movimento 5 Stelle. Figlia, quest’ultima, essenzialmente di tre aspetti: 1) il non aver saputo intercettare una astensione dilagante; 2) essere caduto in una inazione, o di qualcosa che come tale è stata percepita dai cittadini italiani, nel periodo immediatamente successivo all'esito delle Politiche; 3) Il non essere ancora strutturato, territorialmente. La responsabilità di questo stato di cose è tutta del Movimento, dei suoi principali rappresentanti, non certo dei cittadini elettori. I milioni di voti andati a Grillo ed al suo Movimento 5 S nel febbraio 2013 chiedevano e chiedono di essere protagonisti sulla scena politica, non semplicemente onesti comprimari. Si segnalano, nel frattempo, alcune produzioni governative molto simili all'era Monti, soprattutto in termini di politica economica. Non paiono memorabili gli interventi in tema di lavoro e crescita. Abbiamo invece capito che anche questa volta non sarà il momento della riforma elettorale. Errore grave, principale intestatario di questo governo, Silvio Berlusconi, permettendo. ANDREA G. STORTI

Un segreto, purchessia

In Italia il Partito Democratico prosegue imperterrito la strada verso l’estinzione. E ciò che ricaviamo dopo l’elezione, a grande maggioranza, a segretario di Guglielmo Epifani. Nulla contro la persona, seria e preparata, ma impresentabile per una serie di condizioni aggiuntive. Dopo le ultime, serie ammaccature ci si attendeva uno scatto in avanti, un sussulto almeno d’orgoglio che consentisse di immaginare un futuro. Da ciò siamo lontani anni luce. In questo senso anche le migliori figure politiche si sono fatte piccolissime. Ci riferiamo a chi aveva propugnato la necessità di una svolta epocale, del definitivo superamento della logica di correnti ed oligarchie, dell’approdo ad un riformismo, non soltanto come operazione di immagine buona per qualche scadenza elettorale. La via della scomparsa sembra tracciata. Ed ecco che allora si propongono consunti siparietti. Una versione, riveduta e corretta, della Bicamerale sulle riforme istituzionali; un contrasto sulla giustizia e le intercettazioni; l’inseguimento dei processi giudiziari dell’On. Berlusconi e della sua agenda; vari aggiustamenti di bilancio, sempre più difficoltosi poiché latitano le risorse; anche in questo frangente qualche pennellata d’immagine e nulla più o poco altro. Sui grandi temi: un incisivo ruolo dell’Italia in Europa; i diritti e doveri dei cittadini e la dignità delle persone; una tutela dell’ambiente e delle risorse non riproducibili; una istruzione competitiva; una crescita economica realmente governata per dirne alcuni... lo zero più assoluto. Su tutto questo una riflessione ancora più generale: a cosa serve questa politica? Qual’è il senso di un partito se il suo orizzonte è smarrito da tempo? Eppure di fronte al venir meno del decisore politico non troviamo altra risposta che una ancora maggiore generale partecipazione. Formule ?inusuali di governo possono anche non essere ineludibili, come invece si ? ?recentemente e socialmente proposto. Si faccia riferimento alla volontà della maggioranza del popolo mettendo lo stesso in condizione di esercitare un peso effettivo attraverso una modalità elettorale in grado di determinare ruoli certi. Quindi, non passaggi istituzionali che oggi sono destinati ad avvitarsi in una spirale infinita, poichè le principali compagini politiche sono chiamate ad affrontarsi su di un terreno dove già hanno abbondantemente fallito. ANDREA G. STORTI

Se ne va un re della politica, arrivano i piccoli vassalli

Nei giorni in cui si spegne il Sen. Giulio Andreotti che è stato, nel suo lungo corso, la politica italiana, si ritengono opportune alcune considerazioni circa l’attuale situazione politica nazionale. Il varo del Governo delle “larghe intese” è presieduto dall’On. Enrico Letta ha comportato la nomina di Viceministri e Sottosegretari: sono cioè riprese le pessime abitudini. Uno stuolo di quaranta persone di cui dieci Viceministri, il massimo costituzionalmente previsto, rappresentano, prima di tutto, un insulto al buonsenso civico. Si è, poi, basiti di fronte alla pochezza politica ed individuale delle persone indicate che già ha comportato qualche correzione in corsa. Interessano maggiormente i contenuti. Ma anche in questo caso si avvertono sinistri scricchiolii. Richiamando proprio gli anni settanta del novecento in cui l’allora On. Andreotti guidava il primo Governo di unit? nazionale formato di soli democristiani con l’astensione del maggior Partito Comunista d’Europa, sembra indecoroso creare termini di paragone con la situazione odierna. Sono comunque diverse le condizioni storiche, pur con qualche analogia di situazione in senso economico; è il fenomeno del terrorismo che allora irrompeva anche sulla scena italiana è oggi sopito e sostanzialmente, fortunatamente innocuo, pur se potrebbe accendersi qualche miccia ; soprattutto i due partiti maggiormente rappresentativi di allora, pur non essendo granitici, presentavano una forza a dispetto della quale le coalizioni di oggi sembrano risibili. Le tensioni sociali hanno, invece, una similitudine. L’accozzaglia di persone, sempre meno, che nella condizione attuale gravita attorno alle maggiori compagini politiche sembra aver scelto un percorso deja vu: una Convenzione per le riforme istituzionali composta di 75 parlamentari. Nel passato politico relativamente recente si arrivò alla composizione della Commissione Bicamerale per le riforme presieduta dll’On. Massimo D”Alema naufragata sul traguardo perché Berlusconi rovesciò il tavolo; non si vedono,pertanto, le ragioni di un possibile attuale successo dal momento che è ancora Berlusconi a condurre la danza, a meno che detto organismo parlamentare voglia sostituirsi al Governo nei fatti, seppellendo paradossalmente proprio il parlamentarismo sostenuto, correttamente a spada tratta dal M5S. Ad oggi sono emerse, in tutta la loro Evidenza, le differenziazioni tra i due maggiori partiti, PdL e Pd. Non si sa dove potremmo arrivare. ANDREA G. STORTI
Un governo nuovo?

Un governo nuovo?

Nell'Italia della Repubblica presidenziale, un lato significativo sembra riservato all'idiozia politica. All'interno del Partito Democratico, evidentemente non soddisfatti delle più recenti figuracce, hanno forse deciso di toccare il fondo. O almeno così ci auguriamo. L’On. Francesco Boccia, fedelissimo del nuovo Presidente del Consiglio, con riferimento alle regole statutarie del gruppo parlamentare della Camera ha affermato: …”Chi non vota la fiducia è fuori, perché in un partito serio le regole accettate da tutti vanno rispettate”… Mi chiedo semplicemente dove siamo finiti. Una simile proposta si commenta da sè ma è sicuramente indicativa della deriva verso la quale si sta camminando. Un altro esempio al riguardo illuminante, è dato da una recente intervista di Matteo Renzi, Sindaco di Firenze e probabile prossimo leader del Partito Democratico, è il quale,quando l’esecutivo non era ancora varato sentenziava, delineando capacità di fine stratega politico, che si tratterà di un buon governo. Confermo, oggi, che il soggetto in questione è, probabilmente, un parvenu della politica ormai alla ribalta soltanto grazie alla disperazione dell’attuale partito di maggioranza relativa. Il governo di Enrico Letta raccoglie la grande delusione del precedente esecutivo,è rilevando la drammaticità di alcune emergenze economiche (il necessario rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, la vergogna degli “esodati”, la non più derogabile esigenza di reali misure per la crescita e lo sviluppo economico), mentre è rimasta sul campo la necessità, anch'essa stringente, di rivedere il “fiscal compact” europeo, operazione tutt'altro che semplice. Crediamo che il più pesante errore di Mario Monti sia derivato dall'ostinazione di quest’ultimo a voler salire in politica a dispetto delle caratteristiche personali, del tutto diverse. Osserviamo, inoltre, come la comune condizione dei principali schieramenti politici (centro sinistra, centro destra, M5S) dallo svolgimento delle ultime elezioni in avanti sia stata proprio quella di ignorare le indicazioni provenienti dalle organizzazioni di base e ciò ha significato ignorare l’orientamento votante di milioni di cittadini italiani. Il sistema politico se vorrà sopravvivere dovrà, prima di tutto, è rimuovere questo stato di cose. Avere promosso un governo delle larghe intese ritenuto indispensabile non rappresenta certo, in questo senso, è una inversione di tendenza, un cambiamento reale. A nulla varrà un nuovo governo pur connotato da una attenzione al genere dove, finalmente, si è compresa l’importanza di un salto generazionale anche in politica. ANDREA G. STORTI