di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza, Italia
Dopo un periodo politico di sostanziale traccheggio ci occupiamo delle vicende più significative e recenti, dei loro possibili sviluppi in un quadro generale che torna a farsi interessante. Il Presidente del Consiglio preme soprattutto su due questioni: l’approvazione dell'”Italicum” entro l’anno ed il varo definitivo del “Jobs Act” a stretto giro.
Della prima questione e del patto che la ispira si è scritto persino troppo.Tema annoso, ma anche di più se si considerano la dilatazione dei tempi e la ridda di annunci che in proposito si sono succeduti. Abbiamo ragione di ritenere che, alla sua stretta finale, Silvio Berlusconi si sfilerà dall'impegno, preoccupato di salvaguardare ciò che rimane del suo partito. A quel punto le strade rimarranno due: o la ricerca di una maggioranza circoscritta al tema – il tentativo di fare da sé da parte del Partito Democratico pare rischioso – oppure il ricorso al voto politico anticipato, che con ogni probabilità a Matteo Renzi converrebbe, anche alla luce degli esiti delle ultime consultazioni regionali di Emilia Romagna e Calabria delle quali diremo più avanti. In questo secondo caso, tuttavia, il Presidente del Consiglio verrebbe meno ad una serie di impegni, non ultimo quello di giungere al termine naturale della legislatura (2018); teniamo conto, peraltro, che si parla di politica e non vi è, pertanto, alcuna solidità al riguardo.Dovrebbe trattarsi di un percorso più lineare per quanto concerne l’approvazione del “Jobs Act”; è da ritenersi, ormai, patrimonio comune la necessità di una riscrittura delle regole per il lavoro, anche se la perdita di tutele non è esattamente priva di significato. Anche le posizioni all'interno del Partito Democratico non appaiono invalicabili, date le caratteristiche della minoranza interna, con poche idee e qualche confusione di troppo.
Nel frattempo si è assistito ad una scossa elettorale di notevole entità per quanto si riferisce alle due Regioni chiamate al voto. Il dato più negativamente sorprendente è l’affluenza al voto in Emilia Romagna. Il 37% degli aventi diritto in una delle Regioni – traino dell’economia nazionale rappresenta un dato “sismico” da non sottovalutare per la democrazia italiana. Del resto, l’astensionismo ha pesato, in diversa misura, per tutte le forza politiche in campo.
Spiccano, poi, la deriva politica di “Forza Italia” (8,36% in Emilia Romagna; -63,1 in termini di voti espressi rispetto alle Europee 2014 e -80,6 rispetto alle precedenti Regionali 2010. In Calabria 95.629 voti in tutto).
La cocente delusione del M5S al 13,3 % dei consensi in Emilia Romagna, per tacere della Calabria dove si attesta al 4,96%. La sua “spinta propulsiva” per dirla con Enrico Berlinguer, sembra esaurirsi ed ha bisogno di una severa autocritica. Il successo della Lega Nord (19,42% in E.R. e consenso raddoppiato rispetto alla ultime Europee, pur se in calo- in termini di voti – nel confronto con le precedenti Regionali) ormai sempre più lepenista e di destra, tale da fare ombra a Silvio Berlusconi con risvolti inquietanti per il futuro; la grande astensione dal voto all'interno del Partito Democratico che ne fa sempre di più, se ce n’era bisogno, un partito di centro.
Ecco, tornano le posizioni più estreme in una situazione dove avanza il nuovo, si fa per dire, centrismo del P.D. Forse una riedizione dei “favolosi anni 50-60?
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza, Italia
Tempo di elezioni europee. É del tutto evidente la necessità di una radicale nuova politica continentale a partire dalla rappresentanza sino a toccare anche, e non solo, i temi dell’economia. Noi cittadini italiani non ci saremo. Questa ventata di pessimismo, non usuale per chi scrive, deriva dall'oggettività della situazione. Infatti, al di là degli obbligati rapporti intergovernativi che, nella situazione , non possono tuttavia rappresentare l’unica modalità di possibile confronto, l’intero processo di costruzione dell’Europa vacilla paurosamente.
Tolto il Partito Democratico che appoggia apertamente la costruzione dell’Europa, più per stato di necessità che per fattivo contributo ideale, si sono nel tempo definite posizioni apertamente antieuropeiste. Interessa qui segnalare non già la posizione di Silvio Berlusconi ormai avviato al definitivo declino politico e perciò carico di veleno nei confronti di tutti i competitors, bensì alcune prese di posizione stupefacenti di Beppe Grillo collocate tra i temi della attuale campagna elettorale.
Alla persona in questione nulla interessa del destino dell’Europa e ciò appare, purtroppo, solare. É invece molto deludente prendere atto che, sia pure in un clima elettoralistico – condizione che sia chiaro non giustifica alcunché – il comico-politico abbia, in un breve volgere di tempo, prima sostenuto la validità di una ipotetica secessione veneta da operetta per la quale non è certamente sufficiente appellarsi al principio di autodeterminazione dei popoli ed, in secondo luogo, sporcato la memoria di Primo Levi proponendo un fotomontaggio almeno di cattivo gusto sui luoghi dell’olocausto con un tentativo di parallelismo storico senza dubbio azzardato.
Non pago, evidentemente, egli minaccia “...di rivoltare l’Europa della Merkel come un calzino...” stracciando il fiscal compact a suo tempo definito in termini economici e firmato dall'allora governo del Prof. Monti. Ora, che il fiscal compact debba essere completamente rivisto o cancellato pare ormai – ci auguriamo- esigenza condivisa; si teme, invece, che altri proponimenti siano esattamente speculari ai ripetuti annunci “riformistici” provenienti ormai quotidianamente da Palazzo Chigi. Il maestro ed iniziatore di tutto questo, in fondo, lo conosciamo. Ha imperversato nella politica italiana nel corso degli ultimi vent'anni...
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza, Italia
Proviamo a pensare a questa ipotesi: tra qualche giorno Silvio Berlusconi va, suo malgrado, ai servizi sociali ed implode “Forza Italia” a ridosso delle elezioni europee, con Berlusconi stesso che decide di “rovesciare il tavolo” non appoggiando la riforma del Senato della Repubblica proposta da Matteo Renzi nel quale il Partito Democratico si confonde totalmente.
Nel contempo, tramonta l’incerto appeal dei fondatori del M5S e con essi l’idea del Movimento nuovo, e nessuna delle forze politiche “intermedie” giunge ad un risultato significativo, in termini di peso elettorale. Una catena di eventi politicamente apocalittici che, tuttavia, avrebbe il pregio di riportare la politica nazionale ai nastri di partenza. Non secondariamente, con ogni probabilità, il cittadino medio vedrebbe annullarsi la siderale distanza che lo separa, oggi, dalla politica e potrebbe reinventarsi un interesse che temeva definitivamente perduto.
Rimane un solo problema: tutto questo non accadrà e la rappresentanza politica continuerà a fluire. Con essa la finta cancellazione dell’istituzione Provincia, provvedimenti economici la cui copertura è dubbia, estatiche promesse forse destinate a rimanere tali, un sembrare di essere in Europa per caso.
Colpisce, semmai, questa originale condizione dell’attuale governo a guida Renzi legata al fatto di disporre di due maggioranze: l’una che sostiene l’esecutivo formata con NCD e resti; l’altra con “Forza Italia”, destinata ad assicurare, ma non ne siamo poi così certi, il cammino delle riforme istituzionali e della nuova legge elettorale. Non una “politica dei due forni” di andreottiana memoria, ma una continua fibrillazione, questa seconda, di non scontato esito.
Pertanto, l’aver tenuto politicamente in vita un personaggio di dubbia capacità, assente moralità e nient’affatto statista come Silvio Berlusconi mostra evidenti limiti. Matteo Renzi l’ha compreso? O pensa di aver costruito per il suo quasi mentore politico una trappola dalla quale sarà difficile uscire indenni? L’unica certezza è che nell'attesa che questo angoscioso dilemma abbia termine, il cittadino italiano non potrà limitarsi ad uno sguardo, come quasi sempre, disinteressato.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza, Italia
Scriviamo “a mente fredda” dell’esito delle ultime, parziali elezioni amministrative nazionali (poco più di cinquecento Comuni, su di un numero complessivo superiore agli ottomila) che hanno comunque assunto un preciso significato politico e che potranno disegnare, di qui a breve, nuovi scenari in termini di stretta attualità politica.
Si è materializzato un rifiuto molto pesante del voto. Il cittadino, schifato dai partiti tradizionali, non ha trovato, in questa occasione, valide alternative al non esprimersi: questo incontrovertibile dato è in sè molto preoccupante per il prossimo futuro.
I protagonisti delle “larghe intese” (Pd e PdL, non viene conteggiata Lista Civica di Monti, ormai residuale) hanno perso almeno un milione di voti su sette in tre mesi (raffronto con le Politiche 2013). É tuttavia evidente che confrontare il voto delle Politiche con le Amministrative non è corretto: tuttavia, se prendiamo come riferimento la sola Capitale il Pd arretra, sempre rispetto alle Amministrative, del 2008, del 43% ed il PdL del 65% . Quindi, quando si scrive “sale il Pd” (Corriere della Sera, Martedì 28.5.2013) si scrive una cosa non vera. Il tracollo del PdL è un dato di fatto.
Vince l’astensione e vi è, certamente, una sconfitta politica del Movimento 5 Stelle. Figlia, quest’ultima, essenzialmente di tre aspetti: 1) il non aver saputo intercettare una astensione dilagante; 2) essere caduto in una inazione, o di qualcosa che come tale è stata percepita dai cittadini italiani, nel periodo immediatamente successivo all'esito delle Politiche; 3) Il non essere ancora strutturato, territorialmente.
La responsabilità di questo stato di cose è tutta del Movimento, dei suoi principali rappresentanti, non certo dei cittadini elettori. I milioni di voti andati a Grillo ed al suo Movimento 5 S nel febbraio 2013 chiedevano e chiedono di essere protagonisti sulla scena politica, non semplicemente onesti comprimari.
Si segnalano, nel frattempo, alcune produzioni governative molto simili all'era Monti, soprattutto in termini di politica economica. Non paiono memorabili gli interventi in tema di lavoro e crescita. Abbiamo invece capito che anche questa volta non sarà il momento della riforma elettorale. Errore grave, principale intestatario di questo governo, Silvio Berlusconi, permettendo.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza, Italia
Nell'Italia della Repubblica presidenziale, un lato significativo sembra riservato all'idiozia politica. All'interno del Partito Democratico, evidentemente non soddisfatti delle più recenti figuracce, hanno forse deciso di toccare il fondo. O almeno così ci auguriamo.
L’On. Francesco Boccia, fedelissimo del nuovo Presidente del Consiglio, con riferimento alle regole statutarie del gruppo parlamentare della Camera ha affermato: …”Chi non vota la fiducia è fuori, perché in un partito serio le regole accettate da tutti vanno rispettate”… Mi chiedo semplicemente dove siamo finiti.
Una simile proposta si commenta da sè ma è sicuramente indicativa della deriva verso la quale si sta camminando. Un altro esempio al riguardo illuminante, è dato da una recente intervista di Matteo Renzi, Sindaco di Firenze e probabile prossimo leader del Partito Democratico, è il quale,quando l’esecutivo non era ancora varato sentenziava, delineando capacità di fine stratega politico, che si tratterà di un buon governo. Confermo, oggi, che il soggetto in questione è, probabilmente, un parvenu della politica ormai alla ribalta soltanto grazie alla disperazione dell’attuale partito di maggioranza relativa.
Il governo di Enrico Letta raccoglie la grande delusione del precedente esecutivo,è rilevando la drammaticità di alcune emergenze economiche (il necessario rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, la vergogna degli “esodati”, la non più derogabile esigenza di reali misure per la crescita e lo sviluppo economico), mentre è rimasta sul campo la necessità, anch'essa stringente, di rivedere il “fiscal compact” europeo, operazione tutt'altro che semplice. Crediamo che il più pesante errore di Mario Monti sia derivato dall'ostinazione di quest’ultimo a voler salire in politica a dispetto delle caratteristiche personali, del tutto diverse.
Osserviamo, inoltre, come la comune condizione dei principali schieramenti politici (centro sinistra, centro destra, M5S) dallo svolgimento delle ultime elezioni in avanti sia stata proprio quella di ignorare le indicazioni provenienti dalle organizzazioni di base e ciò ha significato ignorare l’orientamento votante di milioni di cittadini italiani. Il sistema politico se vorrà sopravvivere dovrà, prima di tutto, è rimuovere questo stato di cose.
Avere promosso un governo delle larghe intese ritenuto indispensabile non rappresenta certo, in questo senso, è una inversione di tendenza, un cambiamento reale.
A nulla varrà un nuovo governo pur connotato da una attenzione al genere dove, finalmente, si è compresa l’importanza di un salto generazionale anche in politica.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza, Italia
Il passaggio delle elezioni del nuovo Capo dello Stato consegna alcune inequivocabili realtà, in parte inattese. Il capolavoro al contrario della candidatura del Sen. Franco Marini, l’inutile ritorno dall’Africa di Romano Prodi, le dimissioni ad orologeria di Rosy Bindi da Presidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, la rinuncia all'incarico di Segretario dello stesso partito prospettata da Pierluigi Bersani, la rielezione di Giorgio Napolitano.
Due considerazioni su tutte: la prima, il Capo dello Stato in Italia dovrà essere eletto, in futuro, direttamente dai cittadini. La seconda: non è nemmeno lontanamente pensabile che un partito, qualunque esso sia, possa utilizzare il palcoscenico dell’ elezione istituzionale della più alta carica dello Stato per regolare i propri conti congressuali.
Crediamo stia per arrivare la definitiva resa dei conti: da un lato la politica autoreferenziale di questi partiti che non riuscendo nemmeno ad eleggere un Capo dello Stato, ?ricorre disperatamente all'ultima chiamata per l’ultimo dei Presidenti, Giorgio Napolitano, affidandogli, nei fatti, poteri da Repubblica Presidenziale, non previsti dalla nostra Costituzione. Dall'altro, i pazienti cittadini che assistono, trasecolati, a queste alchimie da secolo scorso.
Giorgio Napolitano porta, inoltre, in dote la volontà di costituire un governo delle larghe intese, come chiesto dal “Popolo della Libertà” all'indomani delle elezioni del Febbraio scorso. Questo segnerà, probabilmente, è la fine del Partito Democratico, già, allo stato, non esattamente granitico. Si definirà, ritengo, una frattura tra i sostenitori di una collaborazione di governo con il centro destra e coloro che, invece, guardano a sinistra; questo significherà, pertanto, la cancellazione di qualsiasi ipotesi di lavoro attorno alla congiunzione delle forze riformiste cattolica, laica e socialista e la possibile riproposizione di una distinzione di origine ideologica, superata dalla storia.
Non vedo molte ragioni che inducano a ritenere positiva la formazione di un governo di larghe intese che, si presume, dovrebbe lavorare intorno alle priorità definite dai dieci saggi. É sufficiente auspicare che esso metta mano almeno alla riforma elettorale, così da consentire un rapido ritorno ad un efficace voto. Un orizzonte più largo non si intravvede e risulta con la politica di oggi quanto mai azzardato.
ANDREA G. STORTI