La Grecia e L’Europa

La Grecia e L’Europa

La Grecia si accompagnerà al destino dell’Europa? L’interrogativo rimane dopo la pena infinita che ha caratterizzato la vicenda ellenica nell'ultimo scorcio d’estate. Lo si afferma andando con le immagini ed il pensiero alla desolante figura delle nostre istituzioni continentali incapaci di assumere una posizione diversa dal rigore economico fine a se stesso e temporaneamente chiusa con un nuovo prestito ingente, senza aver messo sostanzialmente mano alla ristrutturazione complessiva del debito maturato dalla Grecia nei confronti dell’Unione Europea. Questione invece, ancora oggi, a nostro avviso dirimente ed ineluttabile. Ricordiamo che Grecia è esposta nei confronti dell’Unione per 313 miliardi di euro. L’intera vicenda dovrebbe, tuttavia, averci insegnato che non esiste soltanto il destino monetario dei popoli e che il sostantivo solidarietà conosce diverse possibili declinazioni. Nel contesto si registrano, peraltro, anche segnali positivi. Alcuni dei principali indicatori macroeconomici greci hanno mostrato di poter invertire la tendenza assolutamente negativa sino a poco tempo fa registrata. Sia pure permanendo una indisponibilità finanziaria di fondo da parte dei cittadini ellenici, si è probabilmente acquisita la definitiva consapevolezza che uno sfrenato ed individualistico possesso di denaro, mai versato, di fatto, in alcuna forma di partecipazione alle spese dello Stato alla distanza non porta da nessuna parte. Ecco, dunque, due questioni apparentemente inconciliabili di carattere economico l’una; di impronta sociologica e sociale l’altra. Occorrerà saper ricercare strenuamente un punto di equilibrio, condizione essenziale per tornare a guardare con fiducia a nuovi traguardi che consentano di farci sentire definitivamente europei. ANDREA G. STORTI
Sotto una pioggia di banconote false

Sotto una pioggia di banconote false

La riapertura del Parlamento nazionale coincide, per l’ennesima volta, con furibonde contestazioni. Ne sono protagonisti gli esponenti dell’opposizione politica che evidenziano la presentazione da parte della maggioranza di una apparentemente futile correzione di un dispositivo di Legge già approvato dalla competente Commissione. La materia è, tuttavia, assai delicata e riguarda, sia pure non espressamente, il finanziamento pubblico dei partiti. Questione annosa che, ricordiamo, già chiuse un’epoca della politica italiana, la cosiddetta “prima Repubblica” nell'ormai lontano 1992. A distanza di più di vent'anni non riusciamo, invece, a chiudere definitivamente questa pessima parentesi. Infatti, in tempi più recenti una consultazione popolare referendaria stabilì che il finanziamento pubblico della politica non potesse più avvenire. Ha trovato, poi, spazio l’espediente, poiché di questo si tratta, del finanziamento espresso sotto forma di rimborso elettorale il cui livello ha toccato vette impensabili. Sulla spinta dell’indignazione popolare si è giunti successivamente ad un provvedimento che in senso progressivo cancella ogni forma di finanziamento pubblico, mantenendo l’eventualità di donazioni individuali e certificate da parte dei cittadini. É evidente che quest’ultima posizione ha notevolmente ridotto la consistenza economico-finanziaria a disposizione di ogni raggruppamento politico, fatta eccezione per il “Movimento 5 Stelle”, che, com'è noto, non si avvale di corresponsione pubblica. Il provvedimento legislativo approvato che dovrà, ora, passare al vaglio del Senato consente ai partiti politici di intascare complessivamente 45,5, milioni di euro; ad aggravare lo stato delle cose si è stabilito che soltanto i dipendenti dei partiti potranno fruire di una forma di cassa integrazione straordinaria, in controtendenza rispetto alla rimanente parte dei cittadini che si sono visti privare del lavoro in questi ultimi anni. Al di là di artificiose contrapposizioni politiche, pare oltremodo difficile accettare questa nuova situazione che si sta venendo a creare. Se si continua a parlare di privilegi di casta e disaffezione dalla politica forse qualche ragione sussiste. ANDREA G. STORTI
Il naufragio del barcone Europa

Il naufragio del barcone Europa

Dopo la terrificante prova in economia per quanto concerne la posizione della Grecia all'interno dell’Unione, una nuova, pesante condizione si abbatte sulle istituzioni europee: la questione dei flussi migratori. Quest’ultima va assumendo dimensioni che non esitiamo a definire epocali e delle quali preoccupa, prima di tutto, una ipotesi di incontrollabilità, pur essendo ormai chiari i percorsi che i singoli flussi generalmente compiono. Non è, tuttavia, evidentemente soltanto un problema di sicurezza. Esiste, dapprima, un problema di carattere etico-sociale.I migranti fuggono da guerre, dittature, estrema povertà ed è raggelante constatare come Nazioni quali la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia pure sottoposte in tempi recenti al giogo comunista del Patto di Varsavia rifiutino una forma di accoglienza forse prima di tutto necessaria. Anche l’opulenta Danimarca ostacola il passaggio dei migranti in Svezia. Altre Nazioni europee hanno, invece, scelto di aprire le porte alle popolazioni in fuga. In questo contesto le istituzioni dell’Europa tentano di dettare regole condivise ed una azione comune. Vedremo quanto il “piano Juncker” saprà in questo ambito ricavare. Gli ulteriori passaggi necessari sono rappresentati dall'esigenza assoluta di garantire una organizzazione capace di arginare il fenomeno ed, al tempo stesso, costruire un processo di reale integrazione. Per ora mancano entrambe le cose. La ragione di questa situazione risiede, ad avviso di chi scrive, nella condizione che simili obiettivi richiedano, prima di tutto, un salto culturale. Il migrante teme per la propria vita; il benpensante non ha percezione di ciò e lo considera diverso. Quest’ultima rappresenta, tuttavia, una sola presunzione che allontana ogni progresso in termini di accettazione prima e di capacità di ospitare, poi. Se non si sarà capaci di rimuovere questo stato di cose, non registreremo, temo, grandi passi in avanti. Occorre, peraltro,?evitare di chiudersi a riccio a protezione del proprio raggiunto benessere, il cui valore è spesso fittizio se commisurato all'esistenza, fondata su quei principi irrinunciabili ed altrettanto dimenticati. ANDREA G. STORTI
In quest’ultimo tratto di agosto

In quest’ultimo tratto di agosto

L’ultimo scorcio d’Agosto ci consegna una immagine del maggiore partito politico nel contesto nazionale, difficile, per usare un eufemismo. Le sue ultime vicende ruotano attorno a qualcosa di magmatico ed, al tempo stesso, inquietante. Andiamo con ordine: da un lato si permette, per l’ennesima volta una sostanziale impunità ad un parlamentare di area governativa, il Sen. Azzollini -NCD-. Evitiamo di ricadere nell'ennesima polemica tra garantisti e giustizialisti. Non è questo il punto. L’attuale Parlamento, ancorché di nominati, avrebbe, da tempo, dovuto legiferare in materia di autorizzazioni a procedere, a nostro avviso nel senso di togliere questa potestà all'assemblea legislativa lasciando che la Magistratura compia il suo corso. Evidentemente, non siamo in grado di assumere questa regola come fondante ed indiscutibile del nostro ordinamento. Quando ciò avverrà sarà, riteniamo, sempre troppo tardi rispetto ad una dimensione civile e moderna. Per altro versante il Partito Democratico si segnala per una improvvida ed oltremodo negativa presenza ai vertici di due istituzioni di fondamentale importanza nel contesto nazionale: l’Assemblea Regionale Siciliana e Roma Capitale. Nel primo caso risulta ormai evidente l’inadeguatezza del suo Presidente, il quale dopo aver cambiato, in un relativo arco di tempo, i suoi Assessori così come si rinnova un capo d’abbigliamento, rivendica la propria autonomia eludendo la condizione di rappresentare una area geografica facente parte del territorio italiano, almeno ad oggi. Oseremmo pensare che la parola debba tornare agli elettori. Non molto lontana da questa conclusione nonostante la diversa oggettività derivata dall'impatto internazionale e dalla necessaria programmazione dei grandi prossimi eventi, la condizione del Partito Democratico di Roma. In questo caso si è toccato il fondo più assoluto. Nonostante la promessa di interventi riparatori abbiamo ancora una volta sperimentato come una certa idea di politica possa coincidere esclusivamente con la voce verbale arraffare e che null'altro abbia valore se non il personale accumulo di denaro. C’è, ed esiste, tuttavia, una Italia diversa che, nauseata da tutto questo, chiede, invece, e semplicemente prima di tutto onestà e correttezza. ANDREA G. STORTI  
Pianto greco?

Pianto greco?

Nella serata di domenica conosceremo l’esito della consultazione referendaria con la quale il popolo greco si esprimerà – di fatto – sulla praticabilità delle misure economiche previste per un primo rientro del debito contratto dalla nazione ellenica nei confronti dell’Unione Europea. Una prima annotazione “tecnica”: si tratta – in tutta evidenza – di una consultazione pressochè virtuale, in quanto la materia che il quesito sottende non rappresenta l’ultima ed aggiornata sintesi delle posizioni emerse dai soggetti protagonisti. Conosciamo, cioè, che èdiversa la realtà odierna, effettiva. Già questo non ci sembra positivo anche se alla fine risulterà ininfluente rispetto alla portata dell’intera questione. Un secondo aspetto, pesante come un macigno, è dettato da una questione di ordine etico-morale e cioè: dopo qualche tempo ritorna di estrema attualità la condizione per cui l’economia sembra dover prevalere su tutti gli altri aspetti della nostra esistenza: ad avviso di chi scrive non potrà mai essere così, e qualora ci si avvicini a questo “traguardo” le ripercussioni saranno soltanto negative. L’immagine di persone in fila al bancomat tra incomprensioni e spintoni è di per sé raggelante. Terza osservazione: il conto della crisi greca si aggira attorno ai 300 miliardi di euro; vale a dire cinque salvataggi in soli sei anni con un debito stimato nel 2011 ?in 355 miliardi/euro, dopo le carte false presentate dal governo di Atene al momento dell’entrata a far parte della moneta unica, condizione assolutamente voluta, in primo luogo,dai governi socialista e, poi, moderato della Grecia. Ultimo appunto, ma importante e si può affermare decisivo: l’Unione Europea ha giocato questa partita in modo a dir poco dilettantesco: ha seguito la Germania nella sua cecità rigorista, poiché la sola politica di austerità produce, come abbiamo visto, soltanto disastri dai quali fatichiamo ad uscire. I governanti teutonici perseguono, in realtà, anche un fine politico che è quello di far fuori il governo greco di “Siryza” impersonato da Alexis Szipras e trattare invece, poi, con altro esecutivo. Una nota a margine: soltanto il nostro piccolissimo Presidente del Consiglio Matteo Renzi può ritenere la scelta della consultazione referendaria un errore politico: da grande statista qual’è si è quasi immediatamente accodato, con umiltà, a Frau Merkel. ANDREA G. STORTI