Il parlamento, i quesiti referendari e le tensioni sociali
Sento evocare il rischio di tensioni sociali in rapporto all'evoluzione politica italiana. Già circa un decennio fa se non oltre, autorevoli studiosi ed economisti leggevano una situazione latente di conflitti sociali in Europa, sostanzialmente incapace di deflagrare. La situazione odierna presenta alcune analogie. Tuttavia, ciò che non si è verificato in maniera cruenta in Italia ed in Europa, è emerso con forti squilibri sociali, alcuni dei quali ancora oggi soffocati violentemente, nell'area geografica nord africana. Per quanto concerne la situazione nazionale ciò non è avvenuto sostanzialmente per tre ragioni:- lo Stato, incapace di fronteggiare la proibitiva situazione economico – finanziaria, peraltro sino a poco tempo fa colpevolmente ignorata, ha fatto ricorso in maniera esponenziale a forme di integrazione sussidiaria nel trattamento economico dei lavoratori delle imprese;
- le caratteristiche generali del tessuto connettivo delle aziende italiane ha sinora permesso di evitare il baratro sociale all'interno di una netta perdita di competitività;
- il ruolo essenziale delle organizzazioni di volontariato e sostegno a favore di chi, anche improvvisamente, si è trovato in una condizione vicina alla soglia di nuova povertà, in un terrificante crescendo della diseguaglianza sociale e patrimoniale che ha visto allargarsi notevolmente il divario della ricchezza detenuta. Tale fenomeno presentava, del resto, negli anni recenti, una significativa propensione anche in sede internazionale.
Il crepuscolo padano
Chi scrive è veneto per origine e residenza.
Assistiamo al ritorno all'opposizione politica della Lega Nord. Collocazione coerente per un movimento che raccoglie, nel suo carattere distintivo, l’aspirazione all'indipendenza della Padania, realtà esistente soltanto geograficamente. Si ritorna alla coloritura della scena politica con manifestazioni di dubbio gusto e scarsa intelligenza.
Otto degli ultimi anni sono stati, per la Lega Nord, al governo del Paese. Una scansione temporale sufficiente per portare a termine un progetto politico, o perlomeno avviarlo. Il risultato è invece il nulla. Si è entrati a pieno titolo a prendere parte del governo nazionale distinguendosi nell'assecondare le proposte del premier in nome di un federalismo evocato e mai realizzato, se non sotto forma di nuova tassazione. Il gruppo politico ha presentato, dopo un iter lungo e complesso, una proposta politica che è una scatola vuota. Anche qualora realizzata ed occorre vedere come, richiederebbe anni per dispiegare una forza propulsiva in positivo.
Sorto con l’obiettivo di spazzare via “Roma ladrona” ha finito per diventarne la quintessenza, ricordando soltanto nei fine settimana gli elettori operanti sul territorio. Alla giuda di un leader provato fisicamente, ha finito per confondere se stessa ed i propri aderenti.
Il carattere dei movimenti autonomisti o secessionisti ha sempre storicamente poggiato su un retroterra di ricchezza economica. Così è stato per il Nord Italia, dove una tela di piccola e media imprenditoria generalmente collocata ai margini del sistema politico ha creduto che sostenere un movimento di rottura dell’unità nazionale fosse sufficiente a disegnare nuovi confini e prospettive di nuova ricchezza, avulsa da ogni connotato prima di tutto culturale. Brandire, teatralmente, lo spadone di Alberto da Giussano ha sostituito la necessità di riempire, almeno parzialmente, un piccolo zaino di libri. Così, fortunatamente, non è stato.
I detentori di una ricchezza costruita da sè hanno ritenuto di farsi rappresentare da una nuova generazione politica, fatto positivo, ma palesemente inadeguato alle risposte che richiede una società oggi comunque complessa ed articolata, dove non è agitando il vessillo di un campanile qualsiasi della bergamasca che si fronteggia una globalizzazione planetaria.
Oggi si tenta una nuova inversione di marcia, cui peraltro anche in passato eravamo abituati, ma lo smarrimento dei sostenitori appare in tutta la sua evidenza.
É, pertanto, auspicabile non dover confidare nell'assenza di memoria politica storica e recente che contraddistingue i cittadini italiani, per assumere invece un continuo ricordare che chi oggi torna ad assumere un ruolo di drastica, pesante opposizione al governo in carica ha pesantemente aggiunto disastri politici a quanto di assolutamente negativo già esisteva.
ANDREA G. STORTI
L’Italia, il Governo Monti, l’Europa
Si avvia alla conclusione l’iter parlamentare di revisione del Decreto “Salva Italia”. Non dovrebbero sussistere sorprese intorno alla sua approvazione, collegata, com'è noto, all'espressione del voto di fiducia.
Una prima considerazione: la formazione del governo Monti ha posto fine alla proposizione del lato indecente e scarsamente qualificabile della politica italiana. La sua struttura tecnica ha, nei fatti, sospeso l’attuale classe dirigente politica, che rimane interamente a tentare di svolgere un ruolo all'interno delle istituzioni parlamentari. Questa condizione rappresenta il punto di forza e debolezza insieme della compagine di governo. Un bipolarismo non antagonista fatica a prendere corpo, come dimostrano le recenti “intemperanze” lontane dalla civiltà e dall'intelligenza del gruppo della Lega Nord.
Nel merito del provvedimento di decretazione si possono esprimere significative riserve. Gli appunti di maggiore rilevanza possono essere ricondotti ai seguenti:
- nel solco della “migliore” tradizione italiana esso si caratterizza, prima di tutto, per il ricorso alla tassazione, nemmeno tanto originale, dal momento che le prime mosse riguardano un aumento delle accise su carburanti e tabacchi, pratica ampiamente già sperimentata;
- si è, concretamente, rinunciato ad un prelievo sui grandi patrimoni, inviso alla principale forza politica di centro destra (v. considerazione d’apertura) poiché, è stato detto, ciò avrebbe comportato una possibile fuga di capitali all'estero, comunque avvenuta (v. ultimo rapporto dell’Unione delle banche svizzere, senza che con la Svizzera sia intervenuto, allo stato, alcun accordo circa la tranciabilità dei capitali che ha invece visto protagoniste, in tempi recenti, Germania e Gran Bretagna;
- non è stato previsto alcun intervento per stimolare i consumi, fondamentale per una prospettiva di crescita economica, agendo, peraltro, in maniera sufficientemente apprezzabile, sul versante del sostegno alle imprese;
- sulla politica di contrasto all'evasione fiscale ci si è limitati alla vaghezza, quando, per esempio, non si è pensato ad una sorta di “task force” che impegni i giovani laureati nel campo finanziario ed economico nell'azione di contrasto al fenomeno;
- si procede a rilento per quanto concerne il tema dei costi delle istituzioni e dei soggetti della politica, per cui oggi non è possibile prevedere tempi ed esito del superamento di ogni tipologia di casta, vecchia e nuova;
- la riforma delle pensioni dovrà essere accompagnata, nel prossimo futuro, da un altrettanto significativo intervento che disegni un nuovo e realmente equo sistema di “welfare”, senza il quale anche una opinione complessiva sul riassetto del sistema pensionistico rischia di essere azzardata.
In un contesto così descritto, recuperiamo parte della credibilità in Europa. Tuttavia bisognerà passare dal ruolo di esecutori dei “compiti per casa” ad una prassi che, superando una corretta ed inderogabile diligenza, ci ponga realmente a confronto con Germania e Francia in una prospettiva europea non soltanto bidirezionale.
ANDREA G. STORTI
Crisi Eurozona 2011: l’Unione Europea si spacca, ma c’è l’unione fiscale
Patto Fiscale – I 17 paesi dell’area euro – riporta Repubblica – più gli altri membri dell’Unione disposti ad accodarsi hanno deciso che dovranno sottostare a un regime di sanzioni automatiche per chi violi gli accordi a meno che tre quarti dei paesi votino contro. Le nuove regole sui budget saranno scritte nelle costituzioni nazionali. Il cosiddetto “deficit strutturale”, che non considera gli effetti una tantum del ciclo economico e del rimborso sul debito, viene limitato allo 0,5% del Pil. Regole più severe, con la corte di giustizia europea chiamata a verificare il loro rispetto. “Conseguenze automatiche” per quei paesi che sforano il limite del deficit/pil del 3%.
Fondo Monetario Internazionale: I leader europei – informa sempre Repubblica -si sono impegnati a esplorare la possibilità che le rispettive banche centrali possano impegnarsi in prestiti bilaterali al Fondo monetario internazionale per 150 miliardi di euro a cui si potrebbero aggiungere altri 50 miliardi provenienti dai paesi europei non appartenenti all’Eurozona.
European Stability Mechanism: Il fondo di salvataggio (Meccanismo di stabilità europeo o Esm) entrerà in vigore dal luglio 2012, con una dotazione di 500 miliardi di euro. L’Esm non avrà una licenza bancaria – riporta Repubblica – così da non poter attingere ai fondi della Banca centrale europea, altra vittoria tedesca.
