di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Evidentemente, i venti di guerra che a fatica diminuiscono, come dimostra il processo di pace in UCRAINA portano con sè un cielo carico di nubi anche su altri versanti. La sommossa recentemente intervenuta in SERBIA, le difficoltà del processo democratico in ROMANIA, qualche instabilità in TURCHIA, si legano all'incerto procedere del resto d'Europa stretto tra i due principali attori: gli STATI UNITI e la RUSSIA, con la CINA sempre sullo sfondo. Per citare ancora ISRAELE, dove la popolazione comincia, forse, ad averne abbastanza di B. Nethaniau.
Basterebbe questo per renderci inquieti. Ma non è così.
Sempre gli STATI UNITI, consegnati dai Democratici a Donald Trump, mirano ad una espansione territoriale, chissà, in Groenlandia -oggi danese- o nel Canada, per emulare l'omologo Vladimir Putin.
Le risultanze parziali dell'ultimo Consiglio d'Europa dimostrano inequivocabilmente come il costante ricorso all'intervento diplomatico possa invece avere positivi effetti. Il ritardo con il quale si arriva a questa determinazione ha nel frattempo prodotto due anni ulteriori di conflitto bellico con migliaia e migliaia di morti.
Ora, la questione del riarmo europeo necessaria non come fine a se stessa ma per il mantenimento della coesistenza pacifica, esclude di dover fronteggiare all'infinito la contrapposizione alla Russia di Vladimir Putin -autentico invasore ed eversore- con l'esclusivo invio di armamenti all'Ucraina.
Ritorna quindi il tema della necessaria cessione di sovranità dei singoli Stati aderenti all'U.E., condizione prima per la riuscita di qualsiasi processo o efficace intervento comune. Siamo comunque ancora indietro se la questione è ridotta agli apporti finanziari richiesti a ciascuno Stato ed alle modalità attraverso le quali si abbia accesso a finanziamenti UE. In questo senso la posizione dell'Italia può definirsi positiva.
Non altrettanto la polemica innestata dalla Presidente del Consiglio Meloni come manovra diversiva attorno ai contenuti del "Manifesto di Ventotene", ritenuto a ragione - per chi scrive - pietra miliare della moderna Europa.
La lettura di una o più espressioni che non tenga conto del contesto storico cui ci si riferisce, come si è rivelata quella della Presidente Meloni, non ha valore alcuno, come non lo hanno le isteriche reazioni di certa sinistra.
Abbiamo sempre un modo originale con il quale distinguerci.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza
Le ultime vicende internazionali inducono a ritenere che si stia toccando il fondo.
Il conflitto bellico Russia-Ucraina è comunque, con ogni probabilità, vicino all'epilogo.
L'assenza della politica sta portando con sè una parziale rivisitazione dell'ordine mondiale con tre attori principali: gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Niente di più, in una logica esclusivamente suprematista. Questa la lettura che Volodimir Zelensky non ha, evidentemente, ancora compreso dimostrandosi non so se dittatore, certo politicamente incapace. Doveva trattarsi della sottoscrizione di un accordo legato allo sfruttamento di minerali pregiati a parziale restituzione dei fondi americani concessi a suo tempo a Kiev ed esclusivamente investiti, purtroppo, in dotazione di armi. Si è trattato di una angosciante commedia in diretta planetaria, mai vista prima.
Apriamo, peraltro, una parentesi dedicata a J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, che si è dimostrato nel corso del suo intervento conclusivo l'arrogante zero politico assoluto che ci auguriamo non possa in futuro tracciare alcun solco della sua esistenza.
Per il momento emerge, ancora una volta, la figura di Vladimir Putin, dittatore ed aggressore sanguinario che ha, oggi, dalla sua Donald Trump preso in un coacervo di timori in possibile versione russo-cinese. In questo quadro il paese dell'Ucraina conta zero e non andrà da nessuna parte abbia o meno al suo fianco l'irrilevante Unione Europea, incapace di una posizione significativa.
Tre anni di guerra sono costati migliaia e migliaia di morti in un crescendo spaventoso la cui prossima fine decreterà la conquista russa di alcune terre ucraine non immensamente ricche, che saranno umanamente cancellate nel tempo. Viene alla mente un marine statunitense morto a 21 anni combattendo nelle fila dell'esercito ucraino che esemplifica l'inutile forza ucraina nel terrore provocato dalle grandi potenze.
Un Paese aggredito che sognava di entrare nella NATO dovrà accontentarsi di una presenza non certo importante nel contesto internazionale, sottoposto ad una intesa conclusiva - capestro dei peggiori- in un ruolo del tutto marginale senza poter incidere, fors'anche presenziare alla costruzione dei futuri, possibili scenari. Le luci della ribalta sono e saranno di altri e lo si sapeva.
E la bandierina italiana? Persa nel fumo di questo conflitto che lascia una scia di terrore ammantato di pace.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Il 20 gennaio prossimo Donald Trump giurerà nuovamente come Presidente degli Stati Uniti d'America. La vittoria alle scorse elezioni presidenziali si è rivelata importante ed indiscutibile. L'incertezza palesata, secondo le ultime rilevazioni sondaggistiche, in sette importanti Stati si è risolta a favore del Partito Repubblicano, senza alcuna ombra ad offuscare il risultato finale.
Tuttavia va considerato l'involontario concorso dei Democratici alla vittoria trumpiana.
Prima di tutto la candidatura di Joe Biden, Presidente uscente, si è rivelata un grande errore politico e strategico insieme. Il successivo ritiro ha ulteriormente appesantito la situazione, anche se è parso chiaro a tutti che l'esito elettorale volgeva verso la figura di Donald Trump. Una diversa speranza alimentava, invece, la proposizione di Kamala Harris. Tuttavia questo intendimento si è rivelato una tardiva ed ultima espressione della difficoltà dei Democratici nel superamento delle vecchie logiche e diverse sensibilità ancora presenti all'interno del partito. Esso è tuttora ancorato a figure dell'establishment del tutto superate o, come nel caso degli Obama, non più rispondenti alle necessità dei tempi. Le persistenti frizioni tra chi ancora oggi personifica una visione politica più progressista (Ocasio Cortez e Sanders, per esempio) e l'ala meno aperta alle istanze sociali, alcune delle quali del tutto nuove ha costituito il blocco di ogni ulteriore velleità, con il concorso della veterana Nancy Pelosi che, come è noto, avrebbe preferito una figura di candidato diverso, espressione delle più avanzate istanze territoriali coincidenti con la figura di Governatore dei più importanti Stati. Peraltro, storicamente mai la carica di vice Presidente ha goduto di grande considerazione politica con le sole più recenti eccezioni di Lindon B. Johnson - democratico- e Gerald Ford -repubblicano - che hanno forzatamente sostituito JF. Kennedy e Richard Nixon.
Uno degli scogli che D. Trump incontrerà immediatamente nella sua presidenza concerne la situazione in Medio Oriente. In quest'area si registra la caduta di Assad in Siria dopo 53 anni caratterizzati da una sanguinaria dittatura. Basahr El Assad guidava la Siria dal 2000 passando attraverso i rapporti con la Libia di GHEDDAFI, L'Iran di KHAMENEI, la Cina di XI JNPING in ordine cronologico. Il rapporto con la Russia di V. PUTIN si rivelerà decisivo. Con un'occhio alla Turchia di ERDOGAN. La preoccupazione è notevole anche alla luce dei recenti conflitti bellici.
Occorrerà comprendere se la situazione generale virerà verso un prevalere dell'ideologia musulmana o se le istanze del nuovo regime apriranno ad una forma di regime moderato assolutamente necessaria in un'area geografica particolarmente difficile.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Europa, Evidenza, Italia
Con malcelato ed ingiustificato stupore veniamo a conoscenza della relazione sullo stato di diritto presentata dalla Commissione europea il 25 luglio, all'interno della quale l'Italia nel complesso ha ricevuto le seguenti sei raccomandazioni:
- MAGGIORE IMPEGNO NELLA DIGITALIZZAZIONE PER TRIBUNALI E PROCURE;
- ADOZIONE DI UNA PROPOSTA LEGISLATIVA IN TEMA DI CONFLITTO D'INTERESSI;
- ISTITUZIONE DI UN REGISTRO OPERATIVO PER LE LOBBY;
- REGOLAMENTAZIONE INFORMATIVA SUL FINANZIAMENTO AI PARTITI;
- TUTELA DEI GIORNALISTI ED INDIPENDENZA DEI MEDIA;
- CREAZIONE DI UNA ISTITUZIONE NAZIONALE PER I DIRTTI UMANI IN LINEA CON I PRINCIPI DELLE NAZIONI UNITE.
Si tratta di temi della massima importanza la cui mancanza denota una condizione di spaventosa arretratezza indegna di un Paese civile.
Ricordiamo, tra l'altro, in tema di diritti, il penoso ritardo a causa del quale non si è ancora provveduto a disciplinare il "fine vita", nonostante una sentenza definitiva della Consulta che ancora surroga l'assenza di una Legge fortemente voluta dalla grande maggioranza dei cittadini italiani, ripetutamente interpellati a livello sondaggistico.
La digitalizzazione della giustizia procede ancora a passo troppo lento e gli stanzoni ricolmi di scartoffie sono una immagine dura a morire.
Per altro verso, anche la riforma del premierato è finita sotto la lente della Commissione europea. Con questa riforma non sarebbe più possibile per il Presidente della Repubblica trovare una maggioranza alternativa e/o nominare una persona esterna al Parlamento come primo ministro, con una conseguenza indiretta sulla stabilità politica.
Relativamente ai punti riguardanti, prima di tutto, il tema del conflitto di interessi è forse sufficiente ricordare che la questione è datata 1994, quando salì al governo del Paese Silvio Berlusconi e, da allora, gli esecutivi succedutesi- compresi, colpevolmente, quegli a guida centro-sinistra- non produssero alcun provvedimento legislativo in materia. A questo occorrerebbe accompagnare l'adozione di passaggi tesi a superare la presenza occulta di lobbies a vario titolo, oggi non ancora emergenti.
Agli anni settanta-ottanta del novecento risalgono i tentativi di normare il finanziamento dei partiti politici, causa prima dell'esplosione del fenomeno di "tangentopoli" (1992) che ha distrutto larga parte delle compagini politiche di allora, ad incredibile esclusione del PCI-PDS.
A proposito della governance dell'informazione e del ruolo professionale dei giornalisti, rimandiamo ad altro specifico intervento in materia sulla presente testata.
Ultimo aspetto ma non certo per importanza: ci auguriamo vivamente che l'Italia si allinei in fretta ai Paesi più evoluti con la creazione di una Istituzione per i DIRITTI UMANI, dopo le scorribande - che ricordiamo ancora- del governo giallo-verde di recente memoria.
Ora, al massimo, ci terremo la palese ubbia dello stretto di Messina.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Elezioni, Europa, Italia
I risultati definitivi delle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea Nazionale Legislativa in Francia consegnano un verdetto inatteso.
Il NUOVO FRONTE POPOLARE, l'alleanza di sinistra che si è formata per contrastare l'avanzata del RASSEMBLEMENT NATIONAL al secondo turno elettorale, ha conquistato 182 seggi alla prossima Assemblea, composta di 577 deputati. La formazione centrista a sostegno del Presidente Emmanuel Macron -ENSEMBLE- ne ha ottenuti 168. Il RASSEMBLEMENT NATIONAL di Marine Le Pen, alleato con una parte dei REPUBLICAINS è terzo con 143 deputati eletti.
All'interno del F.P. la " FRANCE INSOUMISE" di Jean Luc Melenchon è la più rappresentata con 74 eletti cui si aggiungono tre dissidenti del Partito. Il PARTITO SOCIALISTA avrà 59 deputati e gli ECOLOGISTI 28. Il PARTITO COMUNISTA ha eletto 9 parlamentari.
Al di là delle roboanti dichiarazioni di J. L. MELENCHON, immediatamente successive alla conoscenza dell'esito elettorale il vero vincitore è il Presidente della Repubblica E. MACRON, il cui notevole azzardo relativo alla scelta di indire nuove elezioni sciogliendo il Parlamento precedente si è rivelata vincente. Ora il problema che si pone è semplicemente relativo alla governabilità, poichè la nuova Assemblea che si è formata non consente l'individuazione di una maggioranza certa. Purtuttavia, dando per scontata la non riconferma dell'attuale Primo Ministro GABRIEL ATTAL, in carica da Gennaio 2024, occorrerebbe individuare una figura terza che potrebbe corrispondere al profilo di RAPHAEL GLUCKSMANN, per molti elettori un'ancora di salvezza per il campo progressista, del gruppo dei SOCIALISTI E DEMOCRATICI di Francia, l'avversario più temibile di J.L. Melenchon.
Ciò che ha collocato in un diverso piano i possibili sviluppi della situazione francese è stato - dapprima - l'annuncio della creazione di un nuovo gruppo al Parlamento Europeo - I PATRIOTI PER L'EUROPA che conterà 84 deputati, CON IL CONCORSO DELLA LEGA di MATTEO SALVINI , capeggiati dal Gen.le Roberto Vannacci.
Sempre in linea con le figure patriottiche, è poi piombata improvvisamente la notizia dell'attentato a DONALD TRUMP, candidato repubblicano alle prossime presidenziali americane di Novembre. Non sfugge a nessuno la gravità del fatto; va osservato che il probabile prossimo Presidente degli STATI UNITI d'AMERICA è vittima della sua stessa politica riconducibile alla forma violenta, come accaduto a Capitol Hill il 6 Gennaio 2021 per il quale sono stati individuati dei complottisti di estrema destra e del cui accaduto D. TRUMP deve ancora rispondere.
Speriamo non si prevedano tempi ancora più cupi.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Elezioni, Europa, Evidenza
Sessantasei (66) per cento di affluenza alle urne nel primo turno: soltanto nel 1993 e nel 1997 si era registrato un livello maggiore.
E' la dimostrazione palese che quando la posta politica in gioco è elevata i cittadini rispondono. Nel caso transalpino l'elezione dell'Assemblea Legislativa è stata vissuta piuttosto intensamente. L'articolato sistema elettorale francese prevede per questo tipo di elezione un uninominale maggioritario a doppio turno. Pertanto, non necessariamente il partito che ha ottenuto più voti al primo turno avrà un peso corrispettivo nella futura Assemblea. Dei 577 seggi, dai 240 ai 270 andranno al RN di Marine Le Pen e Jordan Bardella accreditati in proiezione del 33,5 per cento. La sinistra di NFP si ferma al 28,5 (108 - 200 seggi); il partito dell'attuale Presidente -EN- al 22,1 (60 - 90 seggi). Percentuali minori per LES REPUBBLICANS (Gollisti) e per l'estrema destra.
Questa dinamica risente della forza dei candidati locali e delle coalizioni che si formano nei vari distretti. In teoria ciò apre la strada ad accordi "di desistenza" che possono succedere numerosi a danno, come sin qui sempre accaduto, dei partiti più estremisti.
E' possibile che si verifichi una "coabitazione", cioè un futuro governo di destra mentre il Presidente della Repubblica - che ha già chiarito che, nel caso, non si dimetterà - espressione di una realtà politica diversa.
Accadde anche nel passato recente ma allora i protagonisti si chiamavano, da un lato - Francois Mitterand, Presidente della Repubblica e Jacques Chirac capo del governo. Figure di tutt'altra caratura politica, pur in tempi oggettivamente diversi dall'attuale condizione.
Sulla carta l'unione -obtorto collo- della coalizione di sinistra con "EN MARCHE" di Emmanuel Macron potrebbe raggiungere il 50,6 per cento dei suffragi, relegando la possibile coalizione di destra (RASSEMBLEMENT NATIONAL e LES REPUBBLICANS) al 43,9 per cento, pur se, questa seconda unione non è stata ancora annunciata e potrebbe esserlo nell'immediato futuro. Rimarrebbe fuori soltanto la destra estrema accreditata dello 0,7 per cento.
Questo, tuttavia, nella pienezza degli accordi.
Ce la farà un ipotetico "fronte dei democratici"?
ANDREA G. STORTI