Partito Democratico: rischio deriva
Dalla sua costituzione il Partito Democratico ha puntualmente attraversato varie difficoltà, in un processo di amalgama di forze tutt'altro che compiuto. Ha rinunciato ad una possibile affermazione elettorale per farsi carico e fronteggiare una situazione, prima di tutto economica, particolarmente pesante attraverso il sostegno al governo Monti. Ma i suoi meriti finiscono qui. La grave carenza di leadership è adombrata semplicemente dalla manifesta incapacità della coalizione di centro destra e non è chiaro dove ci porterà questa sommatoria di precarietà politica. Tuttavia il partito nuovo che doveva essere il P.D. si rivela, allo stato, un miraggio. Una oligarchia smarrita in contrasti interni che la c.d. base non comprende e che, ci auguriamo, smetta in qualche modo di giustificare. Una carenza comunicativa mai superata e che non può certo migliorare in una rincorsa alle tendenze del momento, le più appaganti. Una composizione interna che riflette staticamente l’avvio del progetto della nuova presenza politica. Un urgente ricambio della classe dirigente confuso con un dibattito sulle modalità a cui giungervi, senza che poco o nulla si sia mosso. Sono di ieri le conclusioni dell’Assemblea Nazionale tenutasi a Roma. Occorre rilevare che la precedente assise risale a Febbraio 2011 e che il numero dei presenti, a distanza di circa un anno, non può dirsi ragguardevole. Due considerazioni che dovrebbero indurre ad un forte allarme. Nulla di questo. Con colpevole ritardo si prende atto che la riforma del “Porcellum” viene prima delle loro cose: nel frattempo la Nazione si prepara, per stringente evidenza, ad un “inverno caldo”. Tuttavia, come spesso è accaduto, all’individuazione delle priorità si accompagna un procedere in ordine sparso. Alfieri sino a poco tempo fa del bipolarismo, che certamente ha trovato in Italia una applicazione del tutto originale, tanto da essere snaturato anche con concorso del P.D., i democratici italiani propongono oggi un rilancio del proporzionale. Ciò fa pensare che per la dirigenza del P.D. l’età del gioco non abbia mai termine ed autorizza a ritenere che non si sia in grado di condurre in porto in materia elettorale una diversa proposta. Se ne dubita Romano Prodi, per quale ragione i cittadini dovrebbero sostenere simili capovolgimenti? Se la riforma elettorale rappresenta un obbligo morale, perchè affidarla a dei teatranti di strada? Sembra si navighi a vista e sarebbe almeno prudente, come insegnano tristi recenti vicende, fare molta attenzione agli scogli. Altra priorità segnalata è la riscrittura delle regole del gioco. Di questa si parla da Giugno 2008. Finora cosa è stato fatto? Nel caso non si riuscisse a cancellare il Porcellum il P.D. si impegna alle primarie per le candidature al Parlamento. Questo dimostra ancora una volta che è corretto chiedersi per quali ragioni non si dovrebbe riuscire in questo intento e perchè mai, anzichè favorire concretamente la promozione di una nuova classe dirigente si torna ad agitare il vessillo delle primarie come se si trattasse di una misura antitetica o salvifica. Nel suo intervento il Sen. F. Marini ha sostenuto che se non si riesce a cambiare il sistema elettorale il discredito della politica è assoluto. Siamo certi che questa fase non sia da tempo in essere ed occorra voltare davvero pagina? Nell’attesa ci auguriamo di conoscere Farouk. ANDREA G. STORTINo ai Referendum, sì a Cosentino
Giovedì 12 gennaio 2011 è stata scritta una pessima pagina nella storia recente della Repubblica. La bocciatura, da parte della Corte Costituzionale dei referendum mediante i quali veniva richiesta l’abrogazione dell’attuale legge elettorale segna un pesante passo indietro nella direzione di un profondo rinnovamento della politica italiana. Un’occasione malamente perduta. Non è, evidentemente, in discussione l’aspetto procedurale, così come risponde alla realtà il fatto che la Camera dei Deputati ha sempre storicamente negata la procedura di arresto per i parlamentari, con l’unica recente eccezione dell’On. A. Papa. Al tempo stesso, non suscita scandalo, semmai perplessità, la condizione di aver ignorato l’espressione di un milione e duecentomila cittadini firmatari della richiesta referendaria. Il punto è un altro. Questa classe dirigente politica è in grado di procedere ad una riforma elettorale? Pare francamente di no. Se ne discute da anni, più esattamente da quando l’attuale legge elettorale venne varata. Nonostante i suoi sostenitori siano, stando alle dichiarazioni ufficiali, ormai scomparsi, tranne l’ex Presidente del Consiglio, S. Berlusconi, e l’ex Ministro per le riforme U. Bossi, nulla ancora accade. Non sfugge che la caratura dei due personaggi richiamati sia in grado di "tenere in ostaggio" ancora una volta l’intero Parlamento. Questa rappresenta la condizione prima da rimuovere. E si intreccia esattamente con la vicenda dell’On. Cosentino. Anche in questo caso che cosa ha impedito ai parlamentari di votare l’arresto di un deputato sulla cui vicenda giudiziaria si era avuta la pronuncia in negativo per due gradi di giudizio? Gli attori protagonisti sono gli stessi. La misura è colma da tempo, anche se occorre dubitare che una volta superata la poco gradita parentesi del governo Monti la precedente compagnia di giro vorrà lasciare la scena. Spetterà ai cittadini ricordarlo nel momento opportuno. Allora, forse, saremo interlocutori politici anche in un contesto internazionale. ANDREA G. STORTIIl parlamento, i quesiti referendari e le tensioni sociali
Sento evocare il rischio di tensioni sociali in rapporto all'evoluzione politica italiana. Già circa un decennio fa se non oltre, autorevoli studiosi ed economisti leggevano una situazione latente di conflitti sociali in Europa, sostanzialmente incapace di deflagrare. La situazione odierna presenta alcune analogie. Tuttavia, ciò che non si è verificato in maniera cruenta in Italia ed in Europa, è emerso con forti squilibri sociali, alcuni dei quali ancora oggi soffocati violentemente, nell'area geografica nord africana. Per quanto concerne la situazione nazionale ciò non è avvenuto sostanzialmente per tre ragioni:- lo Stato, incapace di fronteggiare la proibitiva situazione economico – finanziaria, peraltro sino a poco tempo fa colpevolmente ignorata, ha fatto ricorso in maniera esponenziale a forme di integrazione sussidiaria nel trattamento economico dei lavoratori delle imprese;
- le caratteristiche generali del tessuto connettivo delle aziende italiane ha sinora permesso di evitare il baratro sociale all'interno di una netta perdita di competitività;
- il ruolo essenziale delle organizzazioni di volontariato e sostegno a favore di chi, anche improvvisamente, si è trovato in una condizione vicina alla soglia di nuova povertà, in un terrificante crescendo della diseguaglianza sociale e patrimoniale che ha visto allargarsi notevolmente il divario della ricchezza detenuta. Tale fenomeno presentava, del resto, negli anni recenti, una significativa propensione anche in sede internazionale.
Crisi Eurozona 2011: l’Unione Europea si spacca, ma c’è l’unione fiscale
Patto Fiscale – I 17 paesi dell’area euro – riporta Repubblica – più gli altri membri dell’Unione disposti ad accodarsi hanno deciso che dovranno sottostare a un regime di sanzioni automatiche per chi violi gli accordi a meno che tre quarti dei paesi votino contro. Le nuove regole sui budget saranno scritte nelle costituzioni nazionali. Il cosiddetto “deficit strutturale”, che non considera gli effetti una tantum del ciclo economico e del rimborso sul debito, viene limitato allo 0,5% del Pil. Regole più severe, con la corte di giustizia europea chiamata a verificare il loro rispetto. “Conseguenze automatiche” per quei paesi che sforano il limite del deficit/pil del 3%.
Fondo Monetario Internazionale: I leader europei – informa sempre Repubblica -si sono impegnati a esplorare la possibilità che le rispettive banche centrali possano impegnarsi in prestiti bilaterali al Fondo monetario internazionale per 150 miliardi di euro a cui si potrebbero aggiungere altri 50 miliardi provenienti dai paesi europei non appartenenti all’Eurozona.
European Stability Mechanism: Il fondo di salvataggio (Meccanismo di stabilità europeo o Esm) entrerà in vigore dal luglio 2012, con una dotazione di 500 miliardi di euro. L’Esm non avrà una licenza bancaria – riporta Repubblica – così da non poter attingere ai fondi della Banca centrale europea, altra vittoria tedesca.
