di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Da ormai qualche tempo ci si interroga sul tentativo del Presidente degli Stati Uniti d'America di porre fine al conflitto tra RUSSIA ed UCRAINA. La granitica certezza passata di Donald Trump, statista di pace, sembra progressivamente declinare e con essa il ruolo di mediatore politico degli Stati Uniti in questo scenario di guerra infinita. Delle decine di conflitti bellici presenti oggi a livello planetario guardiamo sicuramente ai due più conosciuti.
Il nuovo ordine mondiale basato sul concetto di supremazia porta a pensare che la guerra tra RUSSIA ed UCRAINA avrà termine soltanto quando Vladimir Putin si riterrà pago dei territori conquistati nel Donbass - la cui popolazione, per inciso, si considera russa-. Nessuno, credo, è in grado di dire se la tempistica coinciderà con il termine di cinquanta giorni da oggi fissato dal Presidente U.S.A., dopodichè o si aprirà la strada a nuove sanzioni economiche o si tratterà di ulteriori dazi stabiliti dagli U.S.A. in una guerra commerciale anch'essa da ritenersi priva di senso. Occorre, tuttavia, tenere presente che l'economia russa è da tempo una economia di guerra con tutte le conseguenze del caso.
L'altro teatro di guerra è rappresentato dalla striscia di Gaza dove prosegue lo sterminio del popolo palestinese senza distinzione alcuna tra età, sesso o altro ordinato da B. Netanyahu, autentico macellaio sociale. Certamente il 7 Ottobre era iniziata una altrettanto terrificante offensiva palestinese ma questo massacro deve finire.
Sullo sfondo, la scricchiolante e subdola accettazione dello stato di cose da parte degli Stati Uniti è tesa ad impedire l'avanzamento nucleare dell'Iran.
L'Europa balbetta qualcosa, tra l'altro accettando ed autorizzando l'aumento delle spese per la difesa sul P.i.l. dei singoli Stati, ignorando che strategie di difesa non significa soltanto produrre e vendere armi.
Il vantaggio di una simile operazione si ridurrà esclusivamente a favore degli Stati Uniti e della Germania, impegnata a giustificare sforamenti di bilancio per una attuale situazione economica tutt'altro che brillante al pari di altri Stati d'Europa. L'Italia guidata dalla "statista" Giorgia Meloni attua la politica di un colpo al cerchio ed uno alla botte.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Si è concluso a suo tempo il blitz della Presidente del Consiglio italiana alla corte di Donald Trump. Elogiata alla grande dal Presidente statunitense, alcuni osservatori italiani hanno parlato di capolavoro politico. Ci permettiamo di segnalare quanto fuori luogo sia questa lettura, pur sostenuta da esponenti del partito, oggi , di maggioranza relativa, che appare comunque consolidata, stando agli ultimi elementi sondaggistici.
Non sappiamo se la scomparsa di Bergoglio potrà portare alla cessazione delle ostilità tra Russia ed Ucraina come papa Francesco ha sempre desiderato. Dietro questa simbiosi Meloni-Trump crediamo stia una condizione attuale della politica italiana particolarmente raggelante: buona parte dei termini di politica estera nazionale, soprattutto verso gli Stati Uniti, è posta in essere da Matteo Salvini.
Non già per le capacità della persona, ma invece energia simbolica del populismo, ammantato da una concezione di moderatismo non reale che pervade la maggioranza politica nazionale e che si ispira alle principali caratteristiche della politica di DONALD TRUMP. Crediamo che questa sottenda -sui territori statunitense ed italiano- ad un sostanziale disprezzo per la democrazia pericoloso e fuorviante.
Ancora una volta ritorna ciclicamente la logica del suprematismo mentre assistiamo sgomenti ad una strisciante ipocrisia.
Per contro se n'è andato il papa "dei poveri e per i poveri" il cui primo viaggio apostolico ha avuto come destinazione l'isola di Lampedusa, teatro di una ecatombe sul mare di migranti che - invece - in delegazione a S. Maria Maggiore portavano -al pari di poveri e transgender- il giorno delle esequie di papa Bergoglio ciascuno una rosa bianca di gratitudine.
La radicalità evangelica di chi ha sostenuto il concetto di fratellanza universale, espresso da Bergoglio a fondamento della politica vaticana è stato rivolto prima di tutto a bambini e giovani, cioè al nostro domani. Egli ha tracciato un solco straordinario da pellegrino di speranza con il quale ha permeato la geopolitica vaticana ispirata all'avvio di una rivoluzione nella storia millenaria della Chiesa, aperta alle altre confessioni.
Il popolo dei bisognosi lo ricorderà così come ci auguriamo di avere sempre davanti un suo insegnamento: " la guerra è la più grande sconfitta possibile per l'umanità".
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Italia
Nella seconda parte di Aprile 2025 J. D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, sarà a Roma.
Il "nuovo" modello autocratico statunitense compare inequivocabilmente sulla scena, dov'è accentuato l'assolutismo politico, per cui il sovrano ricava da se stesso la propria autorità. Quindi la figura di Vladimir Putin viene emulata.
Di conseguenza il potere non è più esercitato dal popolo in forma diretta o rappresentativa come esige il concetto di democrazia.
Una cosa alla volta.
Mai nella storia americana un vicepresidente in carica, con la sola eccezione - con altre modalità e caratteristiche - di Al Gore -democratico- ha assunto un ruolo molto importante. Questo potrebbe indicare che il prossimo candidato presidente repubblicano sarà, con ogni probabilità, J.D. VANCE, e non è una buona notizia. Certamente egli parla alla pancia dei concittadini con toni rozzi ed assolutamente non condivisibili per noi europei. Il suo recente viaggio in Groenlandia, motivato dall'accesso alle risorse, dopo la performance con V. Zelensky alla Casa Bianca, ha chiarito la pasta d'uomo. Protagonista, alle spalle di D. Trump, dell'avvio di una sorta di "pulizia etnica in versione istituzionale" che ne evidenzia - forse- la cultura. Il richiamo, nella questione della Groenlandia, all'insufficiente impegno della Danimarca in questo senso, è foriero della possibile via verso una autodeterminazione groenlandese curata dagli U.S.A. Donald Trump non è un alfiere della pace, bensì un Presidente che guarda agli sviluppi della politica interna con una crescente attenzione alle prossime scadenze elettorali.
In campo economico ha iniziato una guerra commerciale contro la "sporca quindicina di Paesi" il cui surplus deriva da una molto significativa esportazione produttiva verso gli Stati Uniti. L'ITALIA è in una ipotetica classifica una delle Nazioni peggiori.
Il deficit cognitivo economico di Trump è spaventoso e porterà con se' un calo di fiducia nei confronti degli States. Non è mai accaduto che una serie di nefaste misure di tale portata abbia inizio dalla sera al mattino successivo e sia resa operativa in qualche ora. CIò significa il caos pressochè totale e ci riporta indietro di circa cent'anni (1841).
Siamo al punto più basso forse mai toccato in precedenza.
I principali indicatori generali economici sono in fibrillazione. L'inflazione tende a crescere portando con sè un probabile periodo di recessione, che auspichiamo breve . I prezzi - a carico di chi acquista - saranno, per gli U.S.A., cresciuti attorno al 25%.
Non è la prima volta che gli U.S.A. applicano dei dazi. Era già accaduto nel corso della prima amministrazione Trump e poi con J. Biden. Mai - tuttavia - a questo livello. I mercati hanno bruciato in un giorno 2.500 miliardi e qualora si dovesse aprire una spirale negativa si avrebbe la percezione della profondità dell'errore.
Si apra una seria trattativa come la cooperazione internazionale suggerisce.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Evidentemente, i venti di guerra che a fatica diminuiscono, come dimostra il processo di pace in UCRAINA portano con sè un cielo carico di nubi anche su altri versanti. La sommossa recentemente intervenuta in SERBIA, le difficoltà del processo democratico in ROMANIA, qualche instabilità in TURCHIA, si legano all'incerto procedere del resto d'Europa stretto tra i due principali attori: gli STATI UNITI e la RUSSIA, con la CINA sempre sullo sfondo. Per citare ancora ISRAELE, dove la popolazione comincia, forse, ad averne abbastanza di B. Nethaniau.
Basterebbe questo per renderci inquieti. Ma non è così.
Sempre gli STATI UNITI, consegnati dai Democratici a Donald Trump, mirano ad una espansione territoriale, chissà, in Groenlandia -oggi danese- o nel Canada, per emulare l'omologo Vladimir Putin.
Le risultanze parziali dell'ultimo Consiglio d'Europa dimostrano inequivocabilmente come il costante ricorso all'intervento diplomatico possa invece avere positivi effetti. Il ritardo con il quale si arriva a questa determinazione ha nel frattempo prodotto due anni ulteriori di conflitto bellico con migliaia e migliaia di morti.
Ora, la questione del riarmo europeo necessaria non come fine a se stessa ma per il mantenimento della coesistenza pacifica, esclude di dover fronteggiare all'infinito la contrapposizione alla Russia di Vladimir Putin -autentico invasore ed eversore- con l'esclusivo invio di armamenti all'Ucraina.
Ritorna quindi il tema della necessaria cessione di sovranità dei singoli Stati aderenti all'U.E., condizione prima per la riuscita di qualsiasi processo o efficace intervento comune. Siamo comunque ancora indietro se la questione è ridotta agli apporti finanziari richiesti a ciascuno Stato ed alle modalità attraverso le quali si abbia accesso a finanziamenti UE. In questo senso la posizione dell'Italia può definirsi positiva.
Non altrettanto la polemica innestata dalla Presidente del Consiglio Meloni come manovra diversiva attorno ai contenuti del "Manifesto di Ventotene", ritenuto a ragione - per chi scrive - pietra miliare della moderna Europa.
La lettura di una o più espressioni che non tenga conto del contesto storico cui ci si riferisce, come si è rivelata quella della Presidente Meloni, non ha valore alcuno, come non lo hanno le isteriche reazioni di certa sinistra.
Abbiamo sempre un modo originale con il quale distinguerci.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Documenti, Europa, Evidenza, Italia
Il 20 gennaio prossimo Donald Trump giurerà nuovamente come Presidente degli Stati Uniti d'America. La vittoria alle scorse elezioni presidenziali si è rivelata importante ed indiscutibile. L'incertezza palesata, secondo le ultime rilevazioni sondaggistiche, in sette importanti Stati si è risolta a favore del Partito Repubblicano, senza alcuna ombra ad offuscare il risultato finale.
Tuttavia va considerato l'involontario concorso dei Democratici alla vittoria trumpiana.
Prima di tutto la candidatura di Joe Biden, Presidente uscente, si è rivelata un grande errore politico e strategico insieme. Il successivo ritiro ha ulteriormente appesantito la situazione, anche se è parso chiaro a tutti che l'esito elettorale volgeva verso la figura di Donald Trump. Una diversa speranza alimentava, invece, la proposizione di Kamala Harris. Tuttavia questo intendimento si è rivelato una tardiva ed ultima espressione della difficoltà dei Democratici nel superamento delle vecchie logiche e diverse sensibilità ancora presenti all'interno del partito. Esso è tuttora ancorato a figure dell'establishment del tutto superate o, come nel caso degli Obama, non più rispondenti alle necessità dei tempi. Le persistenti frizioni tra chi ancora oggi personifica una visione politica più progressista (Ocasio Cortez e Sanders, per esempio) e l'ala meno aperta alle istanze sociali, alcune delle quali del tutto nuove ha costituito il blocco di ogni ulteriore velleità, con il concorso della veterana Nancy Pelosi che, come è noto, avrebbe preferito una figura di candidato diverso, espressione delle più avanzate istanze territoriali coincidenti con la figura di Governatore dei più importanti Stati. Peraltro, storicamente mai la carica di vice Presidente ha goduto di grande considerazione politica con le sole più recenti eccezioni di Lindon B. Johnson - democratico- e Gerald Ford -repubblicano - che hanno forzatamente sostituito JF. Kennedy e Richard Nixon.
Uno degli scogli che D. Trump incontrerà immediatamente nella sua presidenza concerne la situazione in Medio Oriente. In quest'area si registra la caduta di Assad in Siria dopo 53 anni caratterizzati da una sanguinaria dittatura. Basahr El Assad guidava la Siria dal 2000 passando attraverso i rapporti con la Libia di GHEDDAFI, L'Iran di KHAMENEI, la Cina di XI JNPING in ordine cronologico. Il rapporto con la Russia di V. PUTIN si rivelerà decisivo. Con un'occhio alla Turchia di ERDOGAN. La preoccupazione è notevole anche alla luce dei recenti conflitti bellici.
Occorrerà comprendere se la situazione generale virerà verso un prevalere dell'ideologia musulmana o se le istanze del nuovo regime apriranno ad una forma di regime moderato assolutamente necessaria in un'area geografica particolarmente difficile.
ANDREA G. STORTI
di Andrea G. Storti | Democrazia, Europa, Evidenza, Italia
Con malcelato ed ingiustificato stupore veniamo a conoscenza della relazione sullo stato di diritto presentata dalla Commissione europea il 25 luglio, all'interno della quale l'Italia nel complesso ha ricevuto le seguenti sei raccomandazioni:
- MAGGIORE IMPEGNO NELLA DIGITALIZZAZIONE PER TRIBUNALI E PROCURE;
- ADOZIONE DI UNA PROPOSTA LEGISLATIVA IN TEMA DI CONFLITTO D'INTERESSI;
- ISTITUZIONE DI UN REGISTRO OPERATIVO PER LE LOBBY;
- REGOLAMENTAZIONE INFORMATIVA SUL FINANZIAMENTO AI PARTITI;
- TUTELA DEI GIORNALISTI ED INDIPENDENZA DEI MEDIA;
- CREAZIONE DI UNA ISTITUZIONE NAZIONALE PER I DIRTTI UMANI IN LINEA CON I PRINCIPI DELLE NAZIONI UNITE.
Si tratta di temi della massima importanza la cui mancanza denota una condizione di spaventosa arretratezza indegna di un Paese civile.
Ricordiamo, tra l'altro, in tema di diritti, il penoso ritardo a causa del quale non si è ancora provveduto a disciplinare il "fine vita", nonostante una sentenza definitiva della Consulta che ancora surroga l'assenza di una Legge fortemente voluta dalla grande maggioranza dei cittadini italiani, ripetutamente interpellati a livello sondaggistico.
La digitalizzazione della giustizia procede ancora a passo troppo lento e gli stanzoni ricolmi di scartoffie sono una immagine dura a morire.
Per altro verso, anche la riforma del premierato è finita sotto la lente della Commissione europea. Con questa riforma non sarebbe più possibile per il Presidente della Repubblica trovare una maggioranza alternativa e/o nominare una persona esterna al Parlamento come primo ministro, con una conseguenza indiretta sulla stabilità politica.
Relativamente ai punti riguardanti, prima di tutto, il tema del conflitto di interessi è forse sufficiente ricordare che la questione è datata 1994, quando salì al governo del Paese Silvio Berlusconi e, da allora, gli esecutivi succedutesi- compresi, colpevolmente, quegli a guida centro-sinistra- non produssero alcun provvedimento legislativo in materia. A questo occorrerebbe accompagnare l'adozione di passaggi tesi a superare la presenza occulta di lobbies a vario titolo, oggi non ancora emergenti.
Agli anni settanta-ottanta del novecento risalgono i tentativi di normare il finanziamento dei partiti politici, causa prima dell'esplosione del fenomeno di "tangentopoli" (1992) che ha distrutto larga parte delle compagini politiche di allora, ad incredibile esclusione del PCI-PDS.
A proposito della governance dell'informazione e del ruolo professionale dei giornalisti, rimandiamo ad altro specifico intervento in materia sulla presente testata.
Ultimo aspetto ma non certo per importanza: ci auguriamo vivamente che l'Italia si allinei in fretta ai Paesi più evoluti con la creazione di una Istituzione per i DIRITTI UMANI, dopo le scorribande - che ricordiamo ancora- del governo giallo-verde di recente memoria.
Ora, al massimo, ci terremo la palese ubbia dello stretto di Messina.
ANDREA G. STORTI