Un segreto, purchessia

In Italia il Partito Democratico prosegue imperterrito la strada verso l’estinzione. E ciò che ricaviamo dopo l’elezione, a grande maggioranza, a segretario di Guglielmo Epifani. Nulla contro la persona, seria e preparata, ma impresentabile per una serie di condizioni aggiuntive. Dopo le ultime, serie ammaccature ci si attendeva uno scatto in avanti, un sussulto almeno d’orgoglio che consentisse di immaginare un futuro. Da ciò siamo lontani anni luce. In questo senso anche le migliori figure politiche si sono fatte piccolissime. Ci riferiamo a chi aveva propugnato la necessità di una svolta epocale, del definitivo superamento della logica di correnti ed oligarchie, dell’approdo ad un riformismo, non soltanto come operazione di immagine buona per qualche scadenza elettorale. La via della scomparsa sembra tracciata. Ed ecco che allora si propongono consunti siparietti. Una versione, riveduta e corretta, della Bicamerale sulle riforme istituzionali; un contrasto sulla giustizia e le intercettazioni; l’inseguimento dei processi giudiziari dell’On. Berlusconi e della sua agenda; vari aggiustamenti di bilancio, sempre più difficoltosi poiché latitano le risorse; anche in questo frangente qualche pennellata d’immagine e nulla più o poco altro. Sui grandi temi: un incisivo ruolo dell’Italia in Europa; i diritti e doveri dei cittadini e la dignità delle persone; una tutela dell’ambiente e delle risorse non riproducibili; una istruzione competitiva; una crescita economica realmente governata per dirne alcuni... lo zero più assoluto. Su tutto questo una riflessione ancora più generale: a cosa serve questa politica? Qual’è il senso di un partito se il suo orizzonte è smarrito da tempo? Eppure di fronte al venir meno del decisore politico non troviamo altra risposta che una ancora maggiore generale partecipazione. Formule ?inusuali di governo possono anche non essere ineludibili, come invece si ? ?recentemente e socialmente proposto. Si faccia riferimento alla volontà della maggioranza del popolo mettendo lo stesso in condizione di esercitare un peso effettivo attraverso una modalità elettorale in grado di determinare ruoli certi. Quindi, non passaggi istituzionali che oggi sono destinati ad avvitarsi in una spirale infinita, poichè le principali compagini politiche sono chiamate ad affrontarsi su di un terreno dove già hanno abbondantemente fallito. ANDREA G. STORTI

Se ne va un re della politica, arrivano i piccoli vassalli

Nei giorni in cui si spegne il Sen. Giulio Andreotti che è stato, nel suo lungo corso, la politica italiana, si ritengono opportune alcune considerazioni circa l’attuale situazione politica nazionale. Il varo del Governo delle “larghe intese” è presieduto dall’On. Enrico Letta ha comportato la nomina di Viceministri e Sottosegretari: sono cioè riprese le pessime abitudini. Uno stuolo di quaranta persone di cui dieci Viceministri, il massimo costituzionalmente previsto, rappresentano, prima di tutto, un insulto al buonsenso civico. Si è, poi, basiti di fronte alla pochezza politica ed individuale delle persone indicate che già ha comportato qualche correzione in corsa. Interessano maggiormente i contenuti. Ma anche in questo caso si avvertono sinistri scricchiolii. Richiamando proprio gli anni settanta del novecento in cui l’allora On. Andreotti guidava il primo Governo di unit? nazionale formato di soli democristiani con l’astensione del maggior Partito Comunista d’Europa, sembra indecoroso creare termini di paragone con la situazione odierna. Sono comunque diverse le condizioni storiche, pur con qualche analogia di situazione in senso economico; è il fenomeno del terrorismo che allora irrompeva anche sulla scena italiana è oggi sopito e sostanzialmente, fortunatamente innocuo, pur se potrebbe accendersi qualche miccia ; soprattutto i due partiti maggiormente rappresentativi di allora, pur non essendo granitici, presentavano una forza a dispetto della quale le coalizioni di oggi sembrano risibili. Le tensioni sociali hanno, invece, una similitudine. L’accozzaglia di persone, sempre meno, che nella condizione attuale gravita attorno alle maggiori compagini politiche sembra aver scelto un percorso deja vu: una Convenzione per le riforme istituzionali composta di 75 parlamentari. Nel passato politico relativamente recente si arrivò alla composizione della Commissione Bicamerale per le riforme presieduta dll’On. Massimo D”Alema naufragata sul traguardo perché Berlusconi rovesciò il tavolo; non si vedono,pertanto, le ragioni di un possibile attuale successo dal momento che è ancora Berlusconi a condurre la danza, a meno che detto organismo parlamentare voglia sostituirsi al Governo nei fatti, seppellendo paradossalmente proprio il parlamentarismo sostenuto, correttamente a spada tratta dal M5S. Ad oggi sono emerse, in tutta la loro Evidenza, le differenziazioni tra i due maggiori partiti, PdL e Pd. Non si sa dove potremmo arrivare. ANDREA G. STORTI
Un governo nuovo?

Un governo nuovo?

Nell'Italia della Repubblica presidenziale, un lato significativo sembra riservato all'idiozia politica. All'interno del Partito Democratico, evidentemente non soddisfatti delle più recenti figuracce, hanno forse deciso di toccare il fondo. O almeno così ci auguriamo. L’On. Francesco Boccia, fedelissimo del nuovo Presidente del Consiglio, con riferimento alle regole statutarie del gruppo parlamentare della Camera ha affermato: …”Chi non vota la fiducia è fuori, perché in un partito serio le regole accettate da tutti vanno rispettate”… Mi chiedo semplicemente dove siamo finiti. Una simile proposta si commenta da sè ma è sicuramente indicativa della deriva verso la quale si sta camminando. Un altro esempio al riguardo illuminante, è dato da una recente intervista di Matteo Renzi, Sindaco di Firenze e probabile prossimo leader del Partito Democratico, è il quale,quando l’esecutivo non era ancora varato sentenziava, delineando capacità di fine stratega politico, che si tratterà di un buon governo. Confermo, oggi, che il soggetto in questione è, probabilmente, un parvenu della politica ormai alla ribalta soltanto grazie alla disperazione dell’attuale partito di maggioranza relativa. Il governo di Enrico Letta raccoglie la grande delusione del precedente esecutivo,è rilevando la drammaticità di alcune emergenze economiche (il necessario rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, la vergogna degli “esodati”, la non più derogabile esigenza di reali misure per la crescita e lo sviluppo economico), mentre è rimasta sul campo la necessità, anch'essa stringente, di rivedere il “fiscal compact” europeo, operazione tutt'altro che semplice. Crediamo che il più pesante errore di Mario Monti sia derivato dall'ostinazione di quest’ultimo a voler salire in politica a dispetto delle caratteristiche personali, del tutto diverse. Osserviamo, inoltre, come la comune condizione dei principali schieramenti politici (centro sinistra, centro destra, M5S) dallo svolgimento delle ultime elezioni in avanti sia stata proprio quella di ignorare le indicazioni provenienti dalle organizzazioni di base e ciò ha significato ignorare l’orientamento votante di milioni di cittadini italiani. Il sistema politico se vorrà sopravvivere dovrà, prima di tutto, è rimuovere questo stato di cose. Avere promosso un governo delle larghe intese ritenuto indispensabile non rappresenta certo, in questo senso, è una inversione di tendenza, un cambiamento reale. A nulla varrà un nuovo governo pur connotato da una attenzione al genere dove, finalmente, si è compresa l’importanza di un salto generazionale anche in politica. ANDREA G. STORTI
Dopo l’implosione del PD, ormai alla resa dei conti

Dopo l’implosione del PD, ormai alla resa dei conti

Il passaggio delle elezioni del nuovo Capo dello Stato consegna alcune inequivocabili realtà, in parte inattese. Il capolavoro al contrario della candidatura del Sen. Franco Marini, l’inutile ritorno dall’Africa di Romano Prodi, le dimissioni ad orologeria di Rosy Bindi da Presidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, la rinuncia all'incarico di Segretario dello stesso partito prospettata da Pierluigi Bersani, la rielezione di Giorgio Napolitano. Due considerazioni su tutte: la prima, il Capo dello Stato in Italia dovrà essere eletto, in futuro, direttamente dai cittadini. La seconda: non è nemmeno lontanamente pensabile che un partito, qualunque esso sia, possa utilizzare il palcoscenico dell’ elezione istituzionale della più alta carica dello Stato per regolare i propri conti congressuali. Crediamo stia per arrivare la definitiva resa dei conti: da un lato la politica autoreferenziale di questi partiti che non riuscendo nemmeno ad eleggere un Capo dello Stato, ?ricorre disperatamente all'ultima chiamata per l’ultimo dei Presidenti, Giorgio Napolitano, affidandogli, nei fatti, poteri da Repubblica Presidenziale, non previsti dalla nostra Costituzione. Dall'altro, i pazienti cittadini che assistono, trasecolati, a queste alchimie da secolo scorso. Giorgio Napolitano porta, inoltre, in dote la volontà di costituire un governo delle larghe intese, come chiesto dal “Popolo della Libertà” all'indomani delle elezioni del Febbraio scorso. Questo segnerà, probabilmente, è la fine del Partito Democratico, già, allo stato, non esattamente granitico. Si definirà, ritengo, una frattura tra i sostenitori di una collaborazione di governo con il centro destra e coloro che, invece, guardano a sinistra; questo significherà, pertanto, la cancellazione di qualsiasi ipotesi di lavoro attorno alla congiunzione delle forze riformiste cattolica, laica e socialista e la possibile riproposizione di una distinzione di origine ideologica, superata dalla storia. Non vedo molte ragioni che inducano a ritenere positiva la formazione di un governo di larghe intese che, si presume, dovrebbe lavorare intorno alle priorità definite dai dieci saggi. É sufficiente auspicare che esso metta mano almeno alla riforma elettorale, così da consentire un rapido ritorno ad un efficace voto. Un orizzonte più largo non si intravvede e risulta con la politica di oggi quanto mai azzardato. ANDREA G. STORTI
Quali possibili scenari?

Quali possibili scenari?

Dopo le consultazioni del Quirinale che si sono concluse con una pratica dilatoria, la nomina delle due commissioni con dieci “saggi”, ancora ci si interroga su questo stato di crisi politica perdurante. Quali i possibili futuri scenari? Ad avviso di chi scrive e non soltanto, essenzialmente due. O il governo delle “larghe intese” (Pd, PdL e “Scelta Civica”) oppure un nuovo scioglimento delle Camere ed il voto anticipato, ci si augura dopo che si sia provveduto a varare una nuova legge elettorale, della quale la politica è debitrice verso i cittadini. Nessuna delle attuali forze politiche presenti in Parlamento vuole il voto immediato ?ma le due ipotesi formulate non sono agevolmente percorribili. ?Il governo dalle “larghe intese” potrebbe segnare la fine del Partito Democratico e stupisce che alcuni suoi autorevoli dirigenti propendano per questa soluzione, così dimostrando un inesistente quadro di capacità. Per la seconda opzione occorre prima eleggere il nuovo Capo dello Stato, condizione indispensabile per sciogliere le Camere attuali. Operazione non impossibile, se si pensa ad una figura di comune riferimento (per esempio, Massimo D’Alema) ed a un salvacondotto giudiziario, non scritto, per l’On. Silvio Berlusconi. Su queste basi la partita “presidenza della Repubblica” può chiudersi rapidamente. Poi, la seconda fase potrebbe essere rappresentata da un accordo su una nuova Legge elettorale; la terza, un nuovo voto a Giugno 2013 o, al più tardi, in abbinamento con le prossime elezioni europee. Fin qui i tatticismi. Rimane da vedere se, nel frattempo, il Paese reggerà economicamente. Per questo è fondamentale la “stampella” Mario Monti, pur dequalificato. In definitiva, si tratterebbe della prosecuzione dell’esperienza tecnica di governo presentata in salsa politica da una autorevole figura istituzionale. Tuttavia le prime mosse del nuovo Parlamento non sono incoraggianti perché si vuole questa istituzione svuotata di significato. Per questa essenziale ragione si sostiene che la nomina delle Commissioni non possa avvenire senza un Governo in carica. Così molti parlamentari, indipendentemente dalle conoscenze giuridiche e dal fattore anagrafico, renderanno l’ennesimo favore a Beppe Grillo. ANDREA G. STORTI